Banche, successo dell’operazione Intesa-Ubi: le adesioni all’Opas al 71,91%

Pubblicato il 29 Luglio, 2020 alle 16:00 da in Banche d'Italia, Banche per L'impresa

Superata la quota con due giorni di anticipo dalla chiusura del periodo di conferimento

L’opas Intesa Sanpaolo su Ubi Banca supera i due terzi del capitale, con cui la banca milanese ha il controllo sull’assemblea della concorrente anche per operazioni straordinarie. Con le adesioni di oggi il totale arriva al 71,9%.

A Intesa Sanpaolo non serve la ‘proroga’ decisa d’ufficio da Consob sulla durata dell’opas lanciata dalla banca su Ubi Banca per raggiungere il proprio obiettivo e conquistare la maggioranza dell’ex popolare. Dopo 5 mesi dalla presentazione dell’offerta, lanciata a sorpresa dall’ad della Ca’ de Sass Carlo Messina il 17 febbraio, dopo che Ubi aveva presentato il nuovo piano industriale, la banca milanese raggiunge e supera la quota dei 2/3 del capitale che le consentirà di controllare l’assemblea della più piccola rivale anche per le operazioni straordinarie. E’ così spianata la strada per il piano di Intesa, che prevede, per soddisfare le richieste dell’Antitrust, di cedere oltre 500 sportelli a Bper e di creare un gruppo da 5 miliardi di utile al 2022, con sinergie che a regime raggiungeranno i 700 milioni. Dopo le resistenze iniziali di una grossa fetta dell’azionariato storico della banca, a partire dai pattisti del Car, che raggruppava circa il 20% del capitale di Ubi, con il rilancio di Messina, che ha aggiunto al concambio da 17 nuove azioni Intesa ogni 10 azioni dell’ex popolare una componente ‘cash’ da 0,57 euro per azione, il fronte del no si è sfaldato e le adesioni sono cresciute costantemente. Ad aderire, oltre al mondo retail e agli investitori istituzionali, anche le fondazioni Cassa di Risparmio di Cuneo e Banca del Monte di Lombardia, i grandi imprenditori bresciani e, in ultimo, quelli bergamaschi.

Ma l’operazione, secondo gli analisti, non si limiterà a consolidare il ruolo di Intesa Sanpaolo come prima banca italiana: a valle dell’opas, infatti, sono sempre più gli esperti che vedono una nuova fase di consolidamento fra gli istituti di credito. Al centro di molti schemi c’è il Monte dei Paschi, assistito da Mediobanca: nel 2021 il Mef, che ne è il principale azionista, deve uscire dalla banca più antica del mondo per rispettare i patti stretti con l’Ue. Fra le possibili spose del Monte c’è chi, come Banco Bpm, ha già smentito trattative in corso. Un ruolo, dopo aver assorbito gli sportelli che le saranno ceduti da Intesa Sanpaolo, lo giocherà anche Bper, già molto attiva negli ultimi anni nel riorganizzarsi: il gruppo modenese, che ha alle spalle Unipol come primo socio, si rafforzerà sensibilmente nelle aree più ricche del Paese e potrebbe puntare a un’ulteriore crescita. Chi invece non sembra intenzionato a rafforzarsi in Italia è l’ad di Unicredit, Jean Pierre Mustier, che recentemente ha di nuovo smentito qualunque interesse per operazioni di m&a. C’è poi tutto il capitolo delle banche più piccole, come le valtellinesi Popolare di Sondrio e Credito Valtellinese, mentre restano per ora fuori dai radar le banche salvate dal Fitd, ovvero Carige e Popolare di Bari.

Fonte : www.lastampa.it

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