Come le banche stanno cercando di cavalcare l’onda del passaggio alla green economy

Le banche del settore privato nel Regno Unito dovrebbero svolgere un ruolo fondamentale nel finanziamento delle iniziative legate all’emergenza climatica e nel supporto alla cosiddetta just transition, un “passaggio giusto” a un’economia low-carbon. A sostenerlo è un nuovo report del Grantham Research Institute della London School of Economics.

Il documento, che inquadra il cambiamento climatico come un’opportunità strategica per gli investitori, identifica quattro ragioni specifiche per cui le banche dovrebbero supportare la just transition.

Questo atteggiamento

  1. rafforzerebbe la fiducia dopo la crisi finanziaria;
  2. darebbe una dimostrazione di leadership;
  3. ridurrebbe la loro esposizione ai rischi materiali legati al cambiamento climatico;
  4. e amplierebbe la loro base clienti, generando una domanda relativa a nuovi prodotti e servizi.

Il report non è l’unica iniziativa che cerca di porre il banking e la finanza al centro di una green and just transition. Tesi simili sono state espresse dalla World Bank, dall’Unione Europea e da numerose task force nazionali sul finanziamento di questo passaggio, compresa quella del Regno Unito.

In tutti questi casi, banche e mercati finanziari sono citati come alleati essenziali nell’ambito della green and just transition. L’emergenza climatica al tempo stesso è descritta come un’opportunità che il mondo della finanza non può lasciarsi sfuggire. Non a causa degli oneri legali derivanti dai patti internazionali e dal quadro normativo nazionale, ma perché l’intervento del banking nel passaggio alla green economy potrebbe contribuire a ripristinare il supporto da parte dell’opinione pubblica nei confronti delle banche, a innovare e a garantire cash flow adeguati in futuro.

Adesso che sono passati dodici anni dalla crisi finanziaria, siamo probabilmente consapevoli che la responsabilità di aver intensificato il cambiamento climatico e aggravato le disuguaglianze ricade sulle banche e sul mondo della finanza, ma il report sostiene che abbiano ancora in mano il nostro futuro.

Non ci sono alternative alla climate finance?

Quarant’anni dopo il famigerato motto del primo ministro britannico Margaret Thatcher, secondo la quale “Non ci sono alternative” al dominio del mercato, il rapporto tra capitale finanziario e green and just transition viene presentato come universale e inevitabile. Ma una visione del futuro è un costrutto politico la cui solidità e i cui contenuti dipendono dall’identità di chi la plasma, dalla profondità dei suoi network e dalla sua capacità di trasformare una visione in realtà.

Nel caso della climate finance, si ha l’impressione che un numero molto limitato di persone e di istituzioni abbia occupato strategicamente gli spazi più importanti nell’ambito del dibattito pubblico, e abbia contribuito alla riproduzione di questa visione monotona. Nell’attività di ricerca continuativa che portiamo avanti, stiamo effettuando la mappatura di diversi gruppi di lavoro coinvolti nell’elaborazione di politiche finanziarie “verdi”: l’High-Level Expert Group on Sustainable Finance dell’Unione Europea e il suo Technical Expert Group on Sustainable Finance, la Green Finance Task Force del Regno Unito, i partecipanti al Green Finance Summit del 2018 e del 2019 a Londra e gli autori di pubblicazioni come il report Banking on a Just Transition della London School of Economics (Lse).

In tutti questi network, le posizioni fondamentali sono occupate da ex e attuali leader del settore privato. Poiché questi individui hanno avuto successo grazie allo status quo, le traiettorie che hanno seguito e i loro profili denotano un chiaro orientamento a favore della deregolamentazione e di un settore privato forte.

Le stesse persone e organizzazioni spesso operano trasversalmente a più network e influenzano la discussione a livello regionale e nazionale. Altre realtà sono hub che svolgono un ruolo cruciale nella creazione dei network e nella predisposizione degli spazi e delle linee guida per il dialogo e la definizione delle politiche. È il caso per esempio della Climate Bond Initiative (Cbi), una Ong internazionale relativamente giovane con sede centrale a Londra; la sua unica missione è quella di “mobilitare il mercato dei capitali più grande di tutti, il mercato obbligazionario [statunitense] da 100.000 miliardi di dollari, per trovare soluzioni al cambiamento climatico”. La Cbi, la cui posizione è decisamente a favore della finanza privata, propone iniziative politiche pervase dalla convinzione che l’allineamento fra gli interessi del settore finanziario e quelli del pianeta sia inevitabile.

Escludiamo le banche dalla green and just transition

Il Covid-19 ha posto l’enfasi sulla fragilità socioeconomica del capitalismo finanziario globale, e rappresenta lo shock che potrebbe condurre a un’accelerazione dei processi politici. Mentre vari colossi del mondo delle imprese dichiarano bancarotta e milioni di persone perdono il posto di lavoro, i governi dell’Europa e di vari Paesi dell’emisfero settentrionale del pianeta continuano a iniettare migliaia di miliardi nell’economia per soccorrerla e rilanciarla nel nome della green recovery.

Saranno il dibattito e il posizionamento politico a stabilire se questi fondi pubblici saranno spesi in bailout o in investimenti pubblici, in agevolazioni fiscali per l’1% della popolazione mondiale o nella fornitura di servizi essenziali, o se l’enfasi verrà posta invece sulla crescita “verde” o sulla giustizia climatica. Ma la finanza privata si sta già appropriando di questo dibattito e potrebbe essere tra i principali beneficiari dello stesso. Il conseguimento di una green and just transition non dipende solo dalle voci che si possono sentire, ma anche da quelle che vengono messe a tacere.

Le élite intellettuali e politiche che stanno dalla parte delle banche stanno complicando lo svolgimento di una discussione seria sulle attività di contrasto al cambiamento climatico. Ong e gruppi di pressione stanno partecipando, ma solo se condividono premesse e obiettivi del settore finanziario.

Tutto questo toglie spazio a voci più trasformative provenienti dalla società civile e dal mondo accademico, e consolida una narrazione pubblica fasulla su una serie di iniziative condivise, malgrado le numerose voci situate al di fuori di questo circolo. Inoltre normalizza il fatto che la priorità debba essere data alle attività dei mercati finanziari, ponendo il profitto al di sopra delle persone e del pianeta.

La crisi attuale è un’opportunità per ripensare come dovrebbe configurarsi una green and just transition. Dobbiamo continuare a mettere in discussione il ruolo della finanza, invece di darlo per scontato, e assicurarci che la green and just transition diventi esattamente questo: “verde” e giusta, invece di essere solo l’ennesima fonte di profitti per le banche e per l’1%.

* research professor dell’Università di Antwerp, ** professore di Management dell’Università di Bristol.
Questo articolo è tradotto da The Conversation. Per leggere l’originale vai qui

Fonte : it.businessinsider.com

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