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Il Secolo infinito

Il Secolo infinito

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Ne La seduzione totalitaria, un’analisi dell’humus culturale di fine Ottocento ed inizio Novecento entro cui maturarono i prodromi dei totalitarismi e delle guerre mondiali, ad opera del professor Angelo Ventrone, emerge come proprio dall’imponente trasformazione tecnico-scientifica del mondo occidentale e dall’apparentemente incrollabile fiducia in una sorta di progresso infinito e inarrestabile, sia germinata una profonda revisione e reazione in senso opposto. Sono le stesse imponenti scoperte scientifiche ad alimentare una crescente angoscia: dai calcoli sulla datazione geologica della Terra, che collocano per la prima volta entro un processo di miliardi di anni la storia della vita dell’uomo sulla terra, fino all’ampliamento delle conoscenze astronomiche, che prospettano il futuro raffreddamento e spegnimento del Sole.

Quel Prometeo liberato della tecnica – citando un celebre saggio sulla rivoluzione industriale in Occidente – si affianca e porta al culmine lo spirito che Oswald Spengler definirà faustiano, quello della civiltà euro-occidentale in grado di innalzarsi su vette mai viste prima dalla propria naturale aspirazione all’infinito. Ma a fine Ottocento, quest’uomo occidentale al culmine – o all’estrema vecchiaia – della propria civiltà, che contempla soddisfatto la propria potenza tecnica, il proprio dominio incontrastato sulla natura e il suo progredire continuo verso la libertà e verso una inclusione sempre maggiore delle masse in politica, è dominato da un insopprimibile senso di angoscia. Mai come a fine Ottocento, si materializzò con una tale potenza dinanzi all’umanità la percezione della propria fragilità. È in seno a questo contesto che si affacciarono i grandi maestri della fantascienza, che tramutarono le grandi speranze date dal sogno tecno-scientifico nelle paure di un futuro distopico ed incontrollabile. E visionaria fu in tal senso la letteratura di Herbert George Wells.

Il protagonista del romanzo, Graham, è insonne. L’insonnia è una conseguenza del ritmo sempre più stressante ed ossessivo dato dalla vita moderna. È così che, sopraggiunta infine la stanchezza e crollando su sé stesso, Graham dorme per 203 anni risvegliandosi in un mondo completamente diverso. La tecnologia è qui al servizio di un governo tirannico, senza più spazi per la libertà individuale. Inorridendo, Graham ripensa alla propria epoca, esprimendo in ciò l’angoscia per ciò che il suo tempo era infine stato in grado di edificare sulle ceneri dell’umanità:

«Noi abbiamo preparato l’avvenire […] senza che nessuno di noi pensasse a chiedersi quale sarebbe mai stato questo futuro di cui gettavamo le basi. Ed eccolo qui»

Nella riflessione di Wells le masse e la tecnica viaggiano sullo stesso piano. La tecnica organizza le masse in un regime globale totalitario, e trasforma fisicamente l’umano in un ibrido. La volontà di potenza della tecnica, che avvicina l’uomo a Dio promettendogli l’immortalità, è l’idea di una società euro-occidentale fiduciosa e padrona indiscussa del proprio tempo. Ma questi spazi sconfinati liberati dalla scienza aprono gli occhi dell’uomo su un abisso insondato ed insondabile. All’inizio del celebre La guerra dei mondi, H.G. Wells sa cogliere il principio di angoscia che si insinua fatalmente nella salda fede nel progresso dell’uomo tardo-positivista:

«Nessuno sul finire del XIX secolo avrebbe creduto che questo mondo fosse sotto minuziosa e attenta osservazione da parte di intelligenze superiori a quelle dell’uomo e tuttavia ugualmente mortali; che ci fosse qualcuno che studiava e analizzava gli esseri umani occupati nelle loro varie faccende con quasi la stessa applicazione con cui un uomo al microscopio esaminerebbe le effimere creature che brulicano e si moltiplicano in una goccia d’acqua»

Chi sta guardando l’uomo, è l’uomo stesso. Ancora una volta, specchiandosi nella propria realtà, Wells porta al limite il sogno evoluzionistico, lo manipola e lo trasforma in un incubo proveniente da un altro pianeta. I marziani sono raffinati inventori. Mostri dalla razionalità e dall’ingegno sconfinati. Ma la loro civiltà si è ormai esaurita. Il loro unico scopo è espandersi, sfruttare altrove ciò che non è più sfruttabile sul proprio pianeta. Mani e cervello sono le uniche parti anatomiche realmente vive e funzionali nel marziano e nell’umano del futuro:

«Per me è del tutto credibile che i marziani siano discesi da esseri non molto diversi da noi, tramite un graduale sviluppo di cervello e mani (queste ultime trasformatesi infine in due ciuffi di delicati tentacoli) a spese del resto del corpo. Va da sé che, senza il corpo, il cervello sia diventato sede di un’intelligenza puramente egocentrica, priva del substrato emotivo di un essere umano.»

Non è così dissimile il marziano dall’uomo che Wells descrive in uno dei suoi primi racconti di successo, The Man of the Year Million del 1893. Come risultato di un lungo processo evolutivo, l’uomo si riduce ad essere una grande testa con dei grandi occhi ed un corpo minuscolo, che vive immerso in liquidi nutrienti nelle profondità della terra a causa del raffreddamento del sole. Ciò che permane e che costituisce l’estrema salvezza per l’uomo “devoluto” è solo la conoscenza tecnica, quella che sorregge la società totalitaria del futuro, che sostiene le campagne militari dei marziani, che permette agli uomini del futuro di sopravvivere in un mondo ormai al crepuscolo. Tecnica “disanimata, glaciale e cadaverica” come scrive Di Dario.

«Mi sembrava d’essere capitato fra un’umanità in declino. Il rosso crepuscolo mi faceva pensare al crepuscolo del genere umano. Per la prima volta incominciai a capire le strane conseguenze degli sforzi sociali nei quali siamo ora impegnati; eppure, a pensarci bene, sono abbastanza logiche: infatti la necessità rende forti, mentre la sicurezza porta alla debolezza. L’opera di miglioramento delle condizioni di vita – il vero processo di civilizzazione che rende la vita sempre più sicura – era giunto gradatamente al vertice.»

Ma gli Eloi costituiscono soltanto una parte dell’umanità del futuro. La parte che conserva i frutti della civilizzazione: un alessandrinismo all’ennesima potenza, un paradiso sociale dal benessere diffuso. Dominano negli Eloi la raffinatezza e lo splendore, di una vita già languida e moribonda. Un’umanità ormai incapace di combattere e difendersi, priva di differenziazioni sociali, antropologiche ed economiche. Un’umanità, infine, incapace di contendere e di affrontare l’altro e forse più numeroso ramo evolutivo. Contrapposti ai minuscoli e graziosi Eloi, raccoltisi come in una enorme cloaca nascosta inizialmente agli occhi dell’esploratore nel tempo, ci sono infatti i Morlocchi. Creature rivoltanti, pallide, ormai ridotte a vivere nel sottosuolo. A questo punto si manifesta sempre più chiaramente l’incubo che soggiace all’utopia realizzata. Quella società perfetta, post-umana, paradisiaca, frutto del perfetto e completo dominio dell’uomo sulla Terra, del suo successivo ed inevitabile dissolvimento, della sua decomposizione inevitabile, non è che il culmine di una aristocrazia giunta al capolinea e ridotta ad essere il pasto dell’umanità rivoltante del sottosuolo. Estremizzazioni di una crisi già in potenza, del progresso e dello sviluppo per gli Eloi, dell’abbruttimento e del degrado nel caso dei Morlocchi, questi due popoli convivono nell’ultimo e oscuro bagliore del cammino dell’uomo sulla terra:

«L’uomo si era limitato a vivere negli agi e nei piaceri a spese del duro lavoro dei suoi simili; la “necessità” era diventata la sua parola d’ordine e la sua scusa, ma al momento opportuno la “necessità” gli si era rivoltata contro.»

Così gli Eloi sono l’alimento del popolo lasciato per millenni a marcire nel sottosuolo, che non ha smarrito la propria volontà di vivere, ma che ormai non ha più nulla dell’umano. Non restano che l’agio estremo, privo di vita, contrapposto all’istinto di sopravvivenza. Ma in fondo, questo non è che l’inizio. Eloi e Morlocchi, marziani, abitanti del regime totalitario de Il risveglio del dormiente, o umani larvali del futuro, sono ancora residui deformi e controversi di un cammino evolutivo distopico ed allucinante.

Al termine del suo viaggio, l’esploratore temporale trova forse l’ultimo e più perturbante stadio evolutivo di quella specie che fu uomo. Alla fine dei tempi sopravvive su una spiaggia desolata solo una larva disgustosa, un globo nero e tentacolare, che si muove saltellando, trascinandosi ormai vuoto in una esistenza priva di coscienza. Sembra il principio di una vita primordiale che riemerge dopo milioni di anni di evoluzione. Sopravvive in un vuoto cosmico, in uno spazio temporale lunghissimo, di cui dell’uomo non è rimasta neppure traccia. Così H.G. Wells saluta il futuro e prepara l’avvenire. A scanso di ogni progresso desiderabile e concepibile, alla fine ciò che resta è la coscienza di un avvenire, comunque vada, insignificante o allucinante. Il post-umano di Wells è dissolvimento puro della materia umana in un universo indefinito, svuotato di ogni illusione e incapace di vedere nella tecnica qualcosa di diverso da un semplice bastone in supporto di una civiltà già in decomposizione.

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