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Interporto Venezia: rilancio da 19 milioni

Interporto Venezia: rilancio da 19 milioni

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Era uno dei terminal principali del porto di Venezia, fin da quando venne aperto, nel 1993. Poi la crisi e, nel 2014, la richiesta di concordato preventivo. Ora però l’Interporto di Venezia è pronto per ripartire. A rilevarlo è stato il Gruppo Orlean Invest Holding che fa capo a Gabriele Volpi, che ha quasi il monopolio degli scali in Nigeria (ne gestisce ben quattro) e tre anni fa decise di puntare anche su Venezia: la vicenda è stata travagliata, visto che la firma finale è arrivata il 20 febbraio 2020, pochi giorni prima che il mondo si bloccasse per il Covid. Ma ora che la pandemia pare più sotto controllo, Interporto si è presentato a operatori e istituzioni. «Abbiamo scelto Marghera, perché è un ambito nevralgico, uno snodo autostradale, con un tessuto industriale alle spalle ricco di aziende manifatturiere e industrie siderurgiche», spiega il presidente di Interporto Rivers, Bruno Savio. «È un nuovo inizio, la sfida si vincerà sull’innovazione», commenta Volpi, la cui figura è stata spesso chiacchierata e che al suo fianco ha Gianpiero Fiorani, l’ex presidente della Banca popolare di Lodi che ha avuto pure lui parecchie traversie giudiziarie.

I numeri

Il terminal ha 100 mila metri quadri di aree scoperte e 90 mila di magazzini coperti, oltre a 10 mila di uffici. Ha una banchina di 500 metri, con un pescaggio di 9,75 metri. Fino a oggi è stato specializzato soprattutto nelle merci rinfuse, sia alimentari (farine), che ferrose e ci lavorano una quarantina di persone (quasi tutte provenienti dalla società precedente), guidate dal direttore operativo Graziano Cassaro. «Quest’anno e mezzo è stato complicato, ma abbiamo lavorato e costruito molti progetti – aggiunge Savio – Vogliamo lanciarci anche sul mercato dei project cargo e per questo faremo sicuramente altre assunzioni». Il progetto è però quello di creare soprattutto un terminal «multipurpose» sul modello di quelli già gestiti in Nigeria. «Vogliamo non solo essere un punto di sbarco e ricarica, ma anche aprirci a chi possa svolgere qui i suoi processi, per esempio le Pmi che non hanno magazzini o strutture», aggiunge il presidente. Per questo, oltre ai 20 milioni spesi per acquistare il terminal, c’è un piano di investimenti in corso da 9 milioni, di cui 4 per una nuova gru e 0,8 per creare un parco fotovoltaico da un megawatt sul tetto di uno dei magazzini, che darà la corrente per l’illuminazione, uno dei primi passi per ridurre l’impatto ambientale. È allo studio poi un secondo step da 10 milioni, soprattutto per ampliare i magazzini. Si punta poi su digitalizzazione e innovazione.

Il rilancio

«Serve un rilancio con operatori internazionali qualificati, che sappiano cosa vuol dire gestire un terminal portuale», ha sottolineato l’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Venezia, Simone Venturini, che non ha mancato poi di sottolineare il solito tema: «Roma deve capire che qui le navi non volano e hanno bisogno della manutenzione dei canali per arrivare». «È un aspetto di cui dobbiamo sempre ricordarci – ha concordato l’ammiraglio della Capitaneria di Porto, Piero Pellizzari – poi dobbiamo puntare sul porto H24 e ‘just in time’». «Purtroppo c’è una narrazione disinformata che dice che il nostro porto ha perso appeal e attrattività – sottolinea però il presidente dell’Autorità di sistema portuale, Fulvio Lino Di Blasio – sono contento che ci siano investitori come voi che danno una dimensione globale». Di Blasio non ha potuto negare le difficoltà legate al decreto del governo sulle grandi navi. «Una decisione che ha impattato non solo sulla crocieristica, ma su tutto», ha detto. «Si dice che Venezia è una città solo turistica eppure il turismo fattura 2 miliardi, le industrie 38 – ha concluso il presidente di Confindustria Venezia, Vincenzo Marinese – In Nigeria dietro i vostri porti c’è il deserto. Qui un sistema industriale di prim’ordine».

Fonte: Corriere del Veneto

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