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IL DITO E LA LUNA

IL DITO E LA LUNA

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Per gentile concessione del Nuovogiornalenazionale.it 

La situazione in Ucraina è tanto drammatica quanto paradossale. Lo è come sempre lo sono le guerre.

È risaputo che le guerre seminano distruzione, sofferenza e morte, generando immancabilmente rancore e odio. Esse sono l’obnubilazione della Via, della Verità e della Vita, agendo in ordine a un bisogno materiale ed effimero. Le guerre negano Dio!

Ciononostante, esse pretendono di rispondere ad aspettative percepite come esistenziali; lo fanno con le parole dei loro falsi profeti, che di quell’unico Dio sono oratori blasfemi.

Le guerre sono state nel corso delle vicende millenarie dell’umanità ineludibili, a dispetto dei buoni sentimenti, dei proclami di giustizia, dei dettami della benevolenza spirituale, del riconoscimento della non permanenza delle cose legate all’esistenza dell’uomo che sono spesso solo oggetti di presunta ricchezza, ricercate in subordine alla logica del superfluo e non invece allo schema che la natura suggerisce.

Dovremmo perciò accettare l’ineluttabilità della guerra, spesso profetizzata come panacea dei mali dell’umanità, e di essa dunque farcene una ragione? Oppure dovremmo comprendere se vi fosse, al manifestarsi dei suoi prodromi malvagi, un modo per ovviare al suo accadimento?

In questa ricerca, mi domando quali siano le motivazioni di questa ennesima tragedia e perché non si sia riusciti ad evitarla. Mi chiedo quali siano le cause non visibili che hanno spinto l’Europa a scivolare lungo il declivio dell’inconciliabilità con la sua naturale estensione continentale e con il suo continuum multilaterale con l’Oriente, ambiti che dovrebbero essere forieri di scambi di ogni sorta, a sostegno di un’Europa che sia segno di apertura e non di negazione. Mi domando, infine, quale scenario questa guerra creerà nell’habitat antropologico che da millenni ospita la nostra civiltà e quale stravolgimento culturale, da essa, ne deriverà.

Ascoltando e rispettando l’appello drammatico e paradossale che la guerra sempre evoca, il mio desiderio è dunque quello di distinguerne gli effetti dalle cause e, non da meno, di comprenderne i fini. Non limitare, quindi, l’osservazione al dito che punta alla guerra, ma volgere lo sguardo anche alla luna e a chi quel dito protenda. Così facendo, cercare di ovviare non solo a una visione parziale, ma anche alla possibilità di commettere un errore di parallasse tra indicatore, indicante e indicato.

In questa dicotomia plurima tra visibile e non visibile, o semplicemente tra diverse erronee percezioni, vorrei azzardare una lettura degli accadimenti che si allontani un po’ dal sentimento di condanna per la barbara decisione russa di aggredire l’Ucraina e vorrei riuscire, in qualche modo, a prefigurare il futuro di una guerra che evolverà presto, a mio avviso, in una perdurante situazione di stallo tra le parti.

Uno stallo marcato dalle linee di cessate il fuoco, linee che si estenderanno ben oltre il territorio ucraino ancora teatro di crimini efferati. Uno stallo che radicalizzerà la separazione regionale tra ovest ed est europeo frapponendo una nuova cortina di ferro agli scambi culturali e commerciali tra gli ancora più grandi ovest ed est planetari. Il meridiano zero della nuova polarizzazione rafforzerà i toni già aspri della contesa sulle inesplorate ricchezze dell’Artico; diverrà utile impedimento alla navigazione nei mari sempre meno ghiacciati del nord euroasiatico; renderà nostri il Mar Baltico, gli Stretti Danesi e il Mar di Norvegia, e sempre meno nostro il Mediterraneo; divaricherà la faglia geopolitica che attraversa la grande pianura germanico-polacco-russa, ma anche i Carpazi e il Caucaso, l’Anatolia e il Mar Nero, la penisola arabica, le acque dell’Oceano Indiano appoggiate al Corno d’Africa, chiudendosi, infine, sulle coste dell’Indo-pacifico e su quelle dell’oriente australe.

Il nuovo scenario che si sta delineando mi pare proporre, in sintesi, la difesa radicale dell’egemonia occidentale sul pianeta, a spese però di un’Europa che sarà, temo, sempre più frammentata. Il tutto a vantaggio di un Occidente più ampio a ovest del meridiano zero che, dopo essersi dimostrato incapace di aprire il dialogo con chi avrebbe voluto condividere il nostro plurisecolare primato sul mondo, adesso chiude le porte, alza i muri, aumenta le distanze del fallito scambio.

Una scelta d’interesse, dunque, che ha ridimensionato gli sforzi di riconciliazione culturale, commerciale, finanziaria ed economica tra le parti, quelle stesse che oggi sono nuovamente avverse.  Sforzi che furono sostenuti dall’illusione di pacificazione globale degli anni ’90 dopo l’abbattimento della precedente “Cortina di Ferro”.

Una scelta d’interesse operata a nostra esclusiva protezione.

Dopo aver sfruttato per decenni la produzione dell’Est, l’Occidente ha deciso di aprire il confronto con chi è, nel frattempo, diventato un pericoloso competitor sul mercato globale. Non più manovale a basso costo di una produzione a basso valore aggiunto, ma imprenditore emergente, con aspirazioni di commercio lungo la nuova Via della Seta e lungo le rotte dei mari sempre meno freddi del Nord.

Siamo così giunti al drammatico paradosso della guerra, la cui portata è ancora incerta. Già sappiamo, tuttavia, che il costo da pagare per noi europei (specie del sud) sarà ancora una volta alto. Lo scotto è un rinnovato debito di alleanza verso i paesi del polo occidentale resi ancora più forti dall’ennesima crisi tra ovest ed est, per via di un vincolo che, dopo ottant’anni trascorsi dal secondo conflitto mondiale, rimane ancora in atto tra vincitori e vinti.

Il tutto, quindi, secondo le logiche di una nuova dipendenza che, nel continuare (forse) a darci benessere, baratterà ancora una volta la nostra dignità di popoli liberi.

Vorrei che si smettesse di guardare solo il dito e che si volgesse lo sguardo, almeno una volta, anche alla luna!

A cura di l’ Alfabeta

Fonte: https://nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/6737-il-dito-e-la-luna.html

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