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Per il Financial Times Milano è la capitale delle startup

Per il Financial Times Milano è la capitale delle startup

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Prestigio universitario, disponibilità di capitali e altri fattori rendono la città lombarda il luogo migliore per lanciare una startup in Italia

“Milan l’è on gran Milan”. Così diceva Giuàn D’Anzi, autore della celeberrima Oh mia bela Madunina. E così dice, tra le righe, anche il Financial Times. Che inizia col tessere le lodi della storia imprenditoriale italiana: da Giorgio Armani a Michele Ferrero, fino al leader del fitness Nerio Alessandri, fondatore di Technogym(che ha fatturato 512 milioni di euro nel 2015), e al recentissimo successo di Federico Marchetti, creatore e CEO del portale di fashion retail Yoox (i cui ricavi a dicembre hanno toccato 1,7 miliardi). Se all’estero il fermento delle startup si è concentrato in alcune metropoli al di qua e al di là dell’atlantico (principalmente Londra e San Francisco), in Italia il fenomeno è diffuso su tutto il territorio.

Riflettendo la localizzazione dei principali poli industriali del dopoguerra, città come Torino, Bologna, Roma e Napoli sono diventate portatrici sane di vivaci centri di sviluppo per startup. Milano, però, è al primo posto. Con 1,2 milioni di abitanti (5,5 includendo la provincia), annovera il maggior numero di startup innovative: su 1.183 presenti in Lombardia a marzo 2016, Milano ne ospita 802, pari al 14,75% sulle 5.439 registrate complessivamente in Italia. Quasi il doppio rispetto alla capitale vera e propria, che si piazza al secondo posto contandone 475 ovvero l’8,73% del totale.

Numeri che secondo gli inglesi derivano da un circolo virtuoso di fortunate circostanze: il prestigio accademico legato a università come la Bocconi, il cui master in Finance è il nono migliore al mondo, la disponibilità di capitali, la portata mondiale dell’industria alimentare e dell’alta moda, l’impeto cosmopolita derivante dall’aver ospitato Expo 2015, e perché no una serie di provvedimenti legislativi che forse sono stati adombrati dal generale malcontento sociopolitico ma che in realtà qualche effetto positivo l’hanno avuto.

È del 2012 il decreto legge “crescita 2.0” che il Ministero dello sviluppo economico ha pensato a sostegno di startup e PMI innovative, per le quali sono previste non poche agevolazioni. Firma digitale, esonero dalle imposte di bollo, assunzioni flessibili, possibilità di raccolta di capitale tramite crowdfunding, incentivi fiscali per chi investe, accesso al fondo di garanzia con cui lo stato copre fino all’80% dei prestiti bancari e alleggerimento del processo di bancarotta sono solo alcuni di essi.

Lo scenario non è però del tutto idilliaco. Il problema principale, così radicato nella cultura italiana da sembrare inestirpabile anche dalle fondamenta della metropoli milanese, rimane la burocrazia. Secondo uno studio dell’Ue, non solo siamo, quanto a qualità della pubblica amministrazione, al 17° posto, ben al di sotto della media europea (posta a zero) con un indice di -0,930, ma stiamo rallentando la crescita del nostro stesso pil di circa il 2%, perdendo qualcosa come 30 miliardi di euro all’anno.

La testata inglese definisce la burocrazia italiana scoraggiante per chi è intenzionato a fare business, già reso meno scalabile da barriere di tipo dimensionale e linguistico, così costretto a rimanere incagliato tra carteggi assurdi e procedure infinite. Il FT chiude però con una nota incentivante, segnalando due startup italiane da tenere d’occhio nel prossimo futuro: la società fintechMoneyFarm e quella che realizza (e rende virali) campagne pubblicitarie in rete Mosaicoon. Riporta anche un punto di vista autoctono: quello di Davide Dattoli, co-fondatore di Talent Garden(una startup che ha aperto 16 spazi di co-working per startup, di cui 13 in Italia e 3 a Tirana, Barcellona e Kaunas) che conferma “la riforma di Renzi ha aiutato un sacco di startup”. Quanto alla dispersione della scena innovativa sul territorio italiano? “È un vantaggio, diffonde energia”.

 

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