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L’India è una luce nel buio dell’economia mondiale

L’India è una luce nel buio dell’economia mondiale

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13321867_850203248458061_421053869170621554_nLa capacità di questa nazione povera e gigantesca di tenere in piedi una democrazia viva è una delle meraviglie politiche del pianeta. L’andamento dell’economia, però, non è stato all’altezza delle sue potenzialità: e ancora adesso è così, nonostante i progressi in termini di politiche e performance registrati a partire dalla crisi del 1991. Nonostante tutto, l’India oggi è l’economia mondiale che cresce più rapidamente. Quali prospettive ci sono per il futuro?

È con questa domanda in testa che mi sono recato a Delhi negli ultimi giorni. È difficile esprimere un giudizio immediato sull’andamento dell’economia e le politiche adottate, ma emergono quattro conclusioni: la prima è che il Governo del Bjp (Bharatiya Janata Party, nazionalisti induisti), al potere dal 2014 con il primo ministro Narendra Modi, rappresenta la continuità con le politiche precedenti, invece che la trasformazione liberista che molti suoi sostenitori ingenuamente si attendavano. La seconda è che l’andamento e le prospettive dell’economia appaiono positive, sia rispetto al passato prossimo sia rispetto a quanto succede in quasi tutto il resto del mondo. La terza conclusione è che la performance sul medio termine dovrebbe essere buona, se il Governo attuerà le riforme che ha già delineato: la ragione, in parte, è che l’India conserva ancora enormi potenzialità non sfruttate. La quarta conclusione è che accanto alle prospettive incoraggianti non mancano i rischi, sia interni che esterni: un esito positivo non può essere dato per scontato.

Soffermiamoci sulla natura del Governo. Il potere è accentrato nelle mani del primo ministro e dei suoi collaboratori, e finora il Governo Modi si è mostrato più orientato verso la gestione dell’economia che verso i mercati, più verso i progetti che verso le politiche: non sembra voler intraprendere nessun radicale programma di privatizzazioni, nessuna ristrutturazione degli inefficienti monopoli pubblici, e continua a spendere somme enormi per tenere in piedi sussidi inefficienti. Va detto che la camera alta, dove il Governo non ha la maggioranza, finora ha bloccato le leggi più azzeccate proposte dall’esecutivo: un esempio calzante è la tassa sui servizi, un’imposta sul valore aggiunto che consentirebbe di accelerare l’integrazione del mercato interno indiano.

Un parlamentare che non fa parte né del Bjp né del Partito del Congresso (la principale forza di opposizione) mi ha detto che il Governo è «sopra la media». Se lo si confronta con quelli degli ultimi venticinque anni, la valutazione appare corretta.
Quando Modi è salito al potere, l’economia era afflitta da inflazione alta e grossi disavanzi di bilancio. Grazie anche al calo dei prezzi del petrolio, l’inflazione è scesa dal 10 per cento e passa del 2013 a meno del 6 per cento. Il disavanzo del Governo centrale dovrebbe calare, secondo le proiezioni, dal 4,5 per cento del prodotto interno lordo nel 2013-2014 (da aprile a marzo) al 3,5 per cento il prossimo anno. Nel 2012-2013 l’economia cresceva solo del 5,3 per cento; nel 2015-2016 dovrebbe raggiungere il 7,5 per cento. L’ultimo rapporto del ministero dell’Economia pronostica una crescita fra il 7 e il 7,75 per cento per il prossimo anno, anche se con rischi al ribasso. Non è una percentuale astronomica per gli standard indiani, ma è sicuramente astronomica per gli standard mondiali.

Insomma, l’economia sembra andar bene. Continuerà così? Probabilmente sì, soprattutto perché la Banca centrale indiana nei prossimi mesi dovrebbe essere in grado di tagliare i tassi di interesse rispetto al 6,75 per cento odierno. Inoltre, dopo due anni scadenti, il monsone in arrivo potrebbe portare piogge abbondanti. È il caso però di fare qualche puntualizzazione, per non lasciarsi andare a un ottimismo eccessivo. Primo: le esportazioni, che per anni erano rimaste stagnanti, ora sono in calo. Secondo: l’espansione del credito ha subito un brusco rallentamento. Terzo: gli investimenti lordi sono scesi dal 39 per cento del Pil del 2011-2012 al 34,2 per cento del 2014-2015; è vitale che almeno questo parametro si stabilizzi.

L’India potrebbe riuscire a mantenere la crescita intorno ai tassi attuali nel medio termine. Secondo il Fondo monetario internazionale, il Pil pro capite indiano (a parità di potere d’acquisto) è pari appena all’11 per cento di quello statunitense, mentre quello cinese è al 25 per cento: ci sono quindi ampi margini per una crescita di catching-up. Inoltre, l’economia è ragionevolmente in equilibrio. Forse non si profilano trasformazioni spettacolari (cosa sempre improbabile in assenza di una crisi), ma sono in corso miglioramenti. Per citarne alcuni: un’accelerazione degli investimenti in infrastrutture, una maggiore apertura agli investimenti esteri diretti, un’amministrazione più efficace, il risanamento e la ricapitalizzazione delle banche pubbliche, l’introduzione di una normativa appropriata sui fallimenti, la libertà per i singoli Stati di competere fra loro con politiche per favorire la crescita, l’erogazione di servizi di assistenza pubblica attraverso il sistema dei codici identificativi unici e – ultima, ma non meno importante – la tassa sui servizi cui accennavo prima.

L’India deve però evitare di eccedere in ottimismo. Il Paese è passato da un socialismo con restrizioni all’ingresso a un capitalismo senza possibilità di uscita: chiudere un’impresa e licenziare i lavoratori è estremamente difficile (è uno dei motivi per cui l’occupazione nelle grandi imprese private rappresenta solo il 2 per cento della forza lavoro); il mercato immobiliare, quello del lavoro e quello dei capitali sono affetti da gravi distorsioni; le forti misure protezionistiche limitano la capacità dell’India di partecipare alle catene logistiche globali; in certi mercati importanti non c’è concorrenza; anche il tanto sbandierato settore informatico sembra perdere dinamismo; la qualità complessiva dell’istruzione è scadente. In sintesi, c’è bisogno di cambiamenti di enorme portata: ma è probabile che le pressioni esercitate da una classe media in espansione alla fine porteranno le riforme necessarie.

Rimarrebbero comunque in piedi altri tre rischi. Uno è la possibilità di una guerra vera e propria, plausibilmente con il Pakistan: ma al momento sembra improbabile. Un altro è il pericolo di una recessione globale: ma appare poco verosimile che questa recessione possa essere di dimensioni tali da far deragliare la crescita in una nazione delle dimensioni e della diversità dell’India (sempre che venga ben governata).

Un ultimo rischio viene dal «Tea Party» del Bjp, dai suoi elementi sciovinisti e intolleranti. I musulmani rappresentano il 14 per cento della popolazione. Uno dei miracoli dell’India del dopo-indipendenza è il fatto che persone divise da differenze di religione, di casta e di opinione siano riuscite a vivere in democrazia, e generalmente in pace, una accanto all’altra. È un grande successo. Per non gettarlo al vento, ci sarà bisogno di politici responsabili che non dimentichino che il loro dovere è governare per tutti gli indiani, anche quelli che non gli piacciono o la pensano diversamente. La tolleranza delle differenze è importante in qualsiasi democrazia. In una democrazia grande e complessa come l’India, è vitale.

Fonte: Internazionalizzazione Imprese e Investimenti
Copyright The Financial Times Limited 2016
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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