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Neo-colonialismo in Africa: il continente nero resta una “terra di conquista”. Ci siamo anche noi italiani

Neo-colonialismo in Africa: il continente nero resta una “terra di conquista”. Ci siamo anche noi italiani

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sud-africa-terrenoNel corso della Rivoluzione Messicana tra il 1910 e il 1917 il motto che si ricorda ancora oggi recitava così: “Tierra y libertad”. Quel motto è stato usato molto nell’arco di tutto il Novecento: da una colonna partigiana spagnola, da diverse riviste anarchiche e persino per dare il nome a un periodico, voce del movimento anarchico di Siracusa, sempre in Messico dagli zapatisti dell’EZLN a metà dei ’90 ed è diventato anche un film di Ken Loach sulla guerra civile in Spagna. La terra è libertà. È di chi la vive, di chi la conosce e se ne nutre rispettandola.

In Africa il problema delle terre comincia a porsi diversi lustri fa, durante il colonialismo, e ancora oggi resta di grande attualità: come sostiene qualcuno oggi il colonialismo e l’egemonia non si ottengono con gli eserciti e le forze armate ma con il liberismo economico e i capitali d’investimento. E così le terre africane non vengono più “prese” dagli uomini bianchi ma “comprate” dal capitalismo degli ex-coloni. Le ragioni per cui un’azienda, non necessariamente una multinazionale, acquista terreni in Africa possono essere le più diverse: sfruttamento delle risorse naturali, preparazione per coltivazioni di prodotti agricoli, realizzazione di opere di edilizia civile o di ricezione turistica e anche, in minima parte, tutela del territorio.

Secondo Land Metrix Data sono 60 le aziende inglesi che hanno comprato terreni in Africa, 1,9 milioni di ettari in totale – equivalenti all’estensione del più grande parco naturale del Sud Africa. Subito dietro alle aziende, private, provenienti dal Regno di Sua Maestà Elisabetta, ex-Impero che oggi punta sull’egemonia linguistica dell’inglese al posto del Commonwealth, ci sono 17 imprese francesi, che in tutto il continente africano possiedono 629.953 ettari di terra. Al terzo posto ci sono altrettante aziende italiane, detentrici di ben 615.674 ettari di territorio africano: parliamo di realtà come Agrioils, Arkadia o Avia, che hanno terreni di proprietà in Ghana, Mozambico e Tanzania sui quali producono biocarburanti, parliamo dell’onnipresente Eni, che per lo stesso motivo ha comprato terreni in Angola, Congo e nell’onnipresente Mozambico, dove anche le grosse compagnie nordamericane stanno velocemente trasferendo i propri interessi a discapito delle più fragili realtà nazionali dell’Africa occidentale. E c’è poi la Tozzi Holding, che in Senegal e Mozambico ha avviato una produzione massiccia di jatropha, pianta non commestibile che cresce in regioni secche e poco piovose usata per la produzione di biocarburanti, la Tampieri che in Senegal ha creato la società Senhuile e acquistato terreni per produrre riso e “aiutare il Paese a diventare autosufficiente”.

L’acquisto di terreni nasconde a volte quello che in inglese viene definito “land grabbing”, letteralmente l’arraffare terre altrui. Le inchieste giudiziarie della procura generale senegalese di Dakar si sprecano, ad esempio contro proprio la Senhuile: riciclaggio di denaro, reati fiscali, scarsa trasparenza e persino la morte di un giovane pastore morto in un canale per la sospetta “negligenza colpevole” dell’azienda.

Secondo uno studio del 2012 della Fondazione ISVARA “l’accaparramento di terre è un fenomeno globale guidato da élite locali, nazionali e transnazionali, da investitori e governi con l’obiettivo di controllare le risorse più preziose del mondo” e il land grabbing è un affare redditizio sopratutto in Mozambico, dove è stato lo stesso governo mozambicano a incentivare la vendita dei terreni alle compagnie straniere, che in genere producono biocarburanti creando danni pazzeschi all’ambiente e alla biodiversità, anche solo durante la fase di preparazione delle coltivazioni di jatropha.

Bioenergy Italia Spa, Moncada Energy Group Srl, ma anche Società Fondiaria Industriale Romagnola (8.600 ettari per la produzione di canna da zucchero a Chockwe, sempre in Mozambico), Seci Api Biomasse e anche il gruppo CIR di Carlo De Benedetti. Altre società operano in Etiopia, una vera “terra di conquista” italiana ancora oggi, dove tra la costruzione di dighe e lo sfruttamento delle energie rinnovabili spesso ci si trova a fare i conti con intere popolazioni sfollate con compensazioni praticamente inesistenti.

Se pensiamo alle inchieste giudiziarie in Italia, nelle quali molte compagnie che operano anche all’estero si trovano indagate per non avere informato adeguatamente la popolazione sui rischi connessi a certe attività (dalle estrazioni alle raffinerie alla produzione di biocarburanti o agli allevamenti intensivi) è abbastanza antipatica la suggestione, concreta fino a prova contraria, di un atteggiamento poco dissimile se non peggiore quanto le stesse realtà aziendali operano in un quadro meno regolamentato.

E questo non significa fare partnership sane e alla pari con i paesi africani, ma perpetrare una logica coloniale (o post-coloniale che dir si voglia) miope sia relativamente allo sviluppo dei Paesi africani sia ai rapporti economici e non solo con i governi di quei paesi.

Fonte: it.ibtimes.com

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