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Banche in Italia: un oligopolio che fa male al credito

«Un mercato dominato da pochi, nel quale il potere contrattuale è sbilanciato a favore delle banche». L'oligopolio bancario in Italia per il professor Comana della Luiss

Banche in Italia: un oligopolio che fa male al credito

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«Cosa producono le concentrazioni bancarie in Italia? Si può spiegare con una sola parola: oligopolio». Risponde così il professor Mario Comana, ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’università Luiss Guido Carli di Roma. «Non parlo chiaramente di un oligopolio collusivo», continua Comana, «ma di un mercato dominato da pochi operatori, nel quale il potere contrattuale nelle relazioni tra banche e clienti è disallineato, sbilanciato a favore delle banche». I clienti avrebbero poche alternative, sia per quanto riguarda i prezzi dei servizi sia sul fronte dei crediti.

«Nelle fusioni tra banche 2 più 2 non fa 5. Come si commenta spesso (in virtù di risparmi sui costi e delle economie di scala che si otterrebbero, ndr). E non fa nemmeno 4. Il risultato della somma è piuttosto 3», spiega Comana. «Facciamo un esempio. Un’impresa ha ottenuto 500mila euro dalla Banca Popolare di Cortona e altri 500mila euro dalla Cassa di Risparmio di Volterra. Se le due banche si fondessero, l’impresa alla fine non riuscirebbe a ottenere un credito di 1 milione di euro. Ma, molto probabilmente, solo di 750mila euro». Questo perché le banche coinvolte in queste operazioni tendono a ridurre la disponibilità di credito. Per diversi motivi: processi di ristrutturazione, cambiamenti nelle strategie e nella propensione al rischio, nuove procedure di selezione dei clienti.

Il mercato bancario italiano è molto concentrato ed è destinato a diventarlo sempre di più. C’è stata l’offerta pubblica di acquisto (Opa) conclusa con successo da parte di Banca Intesa verso UBI Banca e la conquista del Credito Valtellinese da parte di Crédit Agricole, entrambe nell’aprile di quest’anno. E ora si parla di un approdo di Monte dei Paschi di Siena in Unicredit e di possibili nozze fra Banca Popolare dell’Emilia Romagna e Banco BPM.

Mario Comana ha analizzato la concentrazione del sistema bancario nazionale. Comparandola con quella di altri grandi Paesi europei, come la Germania, la Spagna e la Francia. Il sistema più concentrato, alla fine del 2019, appare essere quello spagnolo, dove le prime cinque banche controllano il 67,4% del mercato. Segue la Francia, con il 48,7% e quindi l’Italia, al 47,9%. Mentre la Germania (31,2%) ha un sistema molto più frammentato caratterizzato da numerose, piccole istituzioni locali di matrice cooperativa o pubblica.

Quota di mercato delle prime 5 banche in Spagna, Francia, Germania, Italia. Variazione dal 2015 al 2019 © Mario Comana, La concentrazione del sistema bancario italiano: un’analisi e qualche interrogativo, Diritto Bancario, Marzo 2021

Processo irreversibile: il mercato bancario italiano è sempre più concentrato

Ma mentre il livello di concentrazione di Francia e Germania è rimasto pressoché lo stesso dal 2015 al 2019, in Italia e Spagna è cresciuto notevolmente, di circa sette punti percentuali. «Siamo di fronte a due sistemi statici in termini di concentrazione, quelli francese e tedesco, e altri due che hanno compiuto un balzo significativo nel consolidamento del proprio sistema», spiega Comana nella sua analisi. «È pure interessante notare che la crescita dei valori relativi al nostro Paese è lineare, dunque frutto di un percorso costante e continuo e non solo effetto di aggregazioni episodiche che hanno generato dei balzi».

I dati fanno riferimento al 2019. Se si aggiungono le due fusioni da poco completate (Intesa-UBI e Crédit Agricole-CreVal), le prime cinque banche italiane raggiungono, da sole, una quota di mercato pari al 56,8%, che salirebbe al 62,4% se si dovessero fondere, in futuro, Banco BPM con Bper e Unicredit con MPS.

Quota di mercato delle prime 5 banche, delle banche dalla 5° alla 10° e oltre la 10° in Italia a inizio 2020 e in seguito a nuove fusioni

«Siamo di fronte a una tendenza irreversibile», spiega Mario Comana. «Le cosiddette “challenger banks”, e cioè le banche online, i soggetti del mondo fintech, come ad esempio N26, non riusciranno a scalfire queste posizioni dominanti. È come se osservassimo uno scontro tra grilli ed elefanti».

Più efficienza solo dalle aggregazioni di banche piccole e medie

L’accrescimento dimensionale delle banche è stato spesso motivato con la necessità di aumentare l’efficienza del settore, perseguendo maggiori economie di scala. «La ricerca economica si è molto interessata a questo argomento, giungendo alla conclusione ormai consolidata che il beneficio della crescita sia limitato alle classi dimensionali inferiori, dunque poco rilevante ai fini dell’efficienza complessiva dell’industria», spiega Comana nella sua analisi. «Oltre la soglia delle banche medie, le aggregazioni non producono benefici in termini di riduzione dei costi unitari di produzione e quindi questo argomento non può giustificare la forte concentrazione rilevata».

Quindi dalle aggregazioni non si otterrebbero vantaggi in termini di efficienza, a fronte però di una riduzione dell’accesso al credito e una pressione oligopolistica sui prezzi dei servizi.

Per rallentare la concentrazione delle banche serve più integrazione in Europa

Come se ne esce? Una possibile via d’uscita, secondo Comana, sarebbe una maggiore integrazione europea. «Ogni sistema nazionale ha rigidità, di natura normativa e operativa, che rendono molto difficile l’offerta di servizi bancari. Questo ha impedito l’espansione delle banche italiane all’estero e le ha indotte a cercare spazi di sviluppo solo nel mercato interno», spiega il professore. «In Italia le banche francesi sono arrivate, ma solo comprando banche italiane. Bisognerebbe iniziare a disboscare la rete di migliaia di micro-incrostazioni che caratterizzano i sistemi bancari nazionali e promuovere procedure unificate, dalle matrici dei conti alle procedure giudiziarie. Non servono nuove normative bancarie, devono essere uniformati i contesti».

Solo così i campioni nazionali potrebbero continuare a espandersi, però sui mercati di altri Paesi dell’Unione europea, contribuendo a diversificare l’offerta. Un percorso possibile, però, solo con una forte volontà europea e con la reciprocità nella relazioni tra i vari Paesi.

Fonte: Valori.it

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