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Quali sono le maison italiane di moda con i bilanci più ricchi

Quali sono le maison italiane di moda con i bilanci più ricchi

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A model wears a creation for Bottega Veneta men's Autumn-Winter 2014 collection, part of the Milan Fashion Week, unveiled in Milan, Italy, Sunday, Jan. 12, 2014. (AP Photo/Antonio Calanni)

Balzo in avanti di Valentino, Furla e Moncler. Ma il colosso per fatturato resta Luxottica. Ma le previsioni parlano di crescita ridotta per l’industria del lusso

Mentre cala il sipario sulle sfilate delle collezioni uomo a Milano, i colletti bianchi delle grandi maison della moda fanno somme e sottrazioni dei bilanci 2015. Nel complesso, l’anno scorso il fatturato dei primi 26 gruppi di abbigliamento e accessori made in Italy è cresciuto del 9,4% rispetto al 2014, raggiungendo quota 40,1 miliardi di euro. Un tasso di incremento raddoppiato rispetto a dodici mesi prima, quando lo stesso drappello di imprese aveva messo a segno un +4,2% sul 2013.

Secondo la ricerca di Pambianco Strategie di impresa, società specializzata in consulenza aziendale nel segmento del lusso che ha passato al setaccio i bilanci di 26 maison italiane, spetta a Valentino Fashion group (Vfg) il podio per la maggior crescita: +48,6% in un anno, pari a 987 milioni di euro per il marchio oggi proprietà del fondo Mayhoola for investments spc, passaporto del Qatar. Secondo posto per la regina delle borse, Furla, +29,4%, 339 milioni di euro di valore della produzione. La società di Bologna, fondata nel 1927 dalla famiglia Furlanetto, ha pianificato lo sbarco in piazza Affari e a inizio maggio ha aperto le porte del proprio capitale a Tamburi investment partner, proprio con il ruolo di traghettatore verso la quotazione.

Terzo classificato per crescita annua è il gruppo Moncler: i piumini firmati Remo Ruffini hanno incrementato il proprio fatturato del 26,8% a 880 milioni di euro, anche se il titolo in Borsa, rispetto a un anno fa, è calato del 10,3%.

Gli ultimi 12 mesi, d’altronde, non hanno premiato neanche le azioni di Luxottica. Ieri il contatore -23,2% per il colosso della moda italiano: 8,8 miliardi di euro di fatturato nel 2015, +15,5%. Il secondo gruppo, la Gucci della galassia Kering, viaggia a 3,8 miliardi, Prada (numero tre) a 3,5 miliardi. La stessa Kering, l’impero del lusso di François-Henri Pinault, ha perso in un anno il 3,6% alla Borsa di Parigi, nonostante possieda anche il marchio Yves Saint Laurent, che nel 2015 è cresciuto del 37,7% rispetto al 2014, e Bottega Veneta (+13,7%, 1,2 miliardi di euro di fatturato), così come ha lasciato per strada un 14% del valore del titolo l’altro polo francese dell’alta moda, la Lvhm di Bernard Arnault. Chi nel complesso gode di buona salute, nonostante l’ottovolante della Borsa, è Brunello Cucinelli: la maison umanistica, 414 milioni di fatturato nel 2015, è cresciuta del 16,4% e un anno il titolo ha guadagnato il 3,5%.

Secondo Pambianco, “per il 2016 si prevede, per i gruppi considerati nel presente studio, una modesta crescita del fatturato, appena 3-4 punti percentuali, ed una redditività in calo probabilmente di 1-2 punti”. Stando ai numeri sviluppati dall’associazione di categoria Sistema moda Italia (Smi) con l’università Carlo Cattaneo, per il tessile e l’abbigliamento made in Italy in generale si prospetta che il primo semestre del 2016 si chiuda con numeri inferiori alle aspettative di fine 2015, con un aumento di fatturato “(al massimo) del +0,9% – si legge in una nota dell’associazione – (rispetto al +2,2% precedentemente stimato e diffuso lo scorso dicembre), media di una variazione pari al +0,6% per il tessile e al +1,1% per l’abbigliamento-moda”. I dati di gennaio-marzo indicano “un export interessato da una bassa dinamica – prosegue l’analisi -, ovvero +0,8%, mentre l’import inverte il trend e segna una battuta d’arresto, pari al -0,7% (import che era cresciuto, invece, del +8,2% nel primo trimestre 2015)”.

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