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Israele: 5 governi in 4 anni

Negli ultimi anni Israele sta facendo incredibilmente fatica a trovare una stabilità politica. Capiamo i motivi, a partire dalla legge elettorale e vediamo la situazione attuale dopo le elezioni del novembre 2022. continua su: https://www.geopop.it/non-solo-in-italia-israele-ha-avuto-5-governi-in-4-anni-capiamo-linstabilita

Israele: 5 governi in 4 anni

Negli ultimi trent'anni i governi che si sono succeduti in Italia hanno spesso avuto vita breve. Eppure non siamo l'unico Paese al mondo che fatica a

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Negli ultimi trent’anni i governi che si sono succeduti in Italia hanno spesso avuto vita breve. Eppure non siamo l’unico Paese al mondo che fatica a trovare una certa stabilità politica. Dal 2019 a oggi, ad esempio, gli israeliani sono andati a votare cinque volte.

In seguito alle ultime elezioni, del novembre 2022, il governo è stato formato da un insieme di partiti di destra e Benjamin Netanyahu, il leader del partito che ha ottenuto più seggi, è diventato Primo Ministro per la sesta volta nella storia del Paese. Tuttavia non è detto che la crisi politica in cui lo Stato di Israele è caduto negli ultimi quattro anni sia davvero finita.

Ma perché all’improvviso il Paese si è trovato in una situazione di crisi?

Benjamin Netanyahu, attuale primo ministro israeliano

Come si vota in Israele

Quando è nato Israele, nel 1948, i suoi padri fondatori l’hanno proclamato una repubblica democratica parlamentare, come la nostra. Le leggi vengono quindi emanate dal Parlamento, chiamato Knesset, che conta 120 membri. I cittadini israeliani votano per questi 120 parlamentari riuniti in partiti, che si organizzano per formare un governo. Devono trovare un accordo almeno in 61, ovvero la maggioranza assoluta.

Il sistema elettorale di Israele porta in Parlamento i partiti con la stessa proporzione dei voti ricevuti: è definito quindi un sistema elettorale proporzionale puro. C’è però una minima percentuale di voti richiesta per guadagnare un seggio, ovvero il 3.25%. Sotto questa quota, non si ottiene nemmeno un seggio.

Il vantaggio

Israele è un paese molto giovane che è nato radunando la popolazione ebraica proveniente da più parti del mondo in una piccola porzione di terra. Gli ebrei costituiscono oggi il 74,9% della popolazione, ma non sono omogenei come credenze e origine, senza contare che esistono numerose altre minoranze etniche e religiose nel Paese, a partire da quella palestinese.

Essendo una società molto variegata, i cittadini si ritrovano nei valori di molti partiti differenti. Alle ultime elezioni, ad esempio, si sono presentate ben 17 liste. Questo, in teoria, dovrebbe garantire a tutte le frange della società di essere rappresentate in Parlamento.

Lo svantaggio

Il fatto che la società sia molto articolata e che i cittadini vogliano spesso cose molto diverse tra loro rende però difficile un accordo fra i partiti per andare al governo. Quando trovano un punto di incontro, questi formano solitamente una coalizione, che però rischia di occuparsi solo di problemi immediati piuttosto che avviare dei piani di riforme sul lungo periodo.

Coalizioni di questo tipo sono molto fragili perché non si fondano su una visione e dei valori condivisi e per questo i governi israeliani attraversano spesso delle crisi e durano meno del loro mandato, che è di quattro anni. Dal 2019 in poi queste crisi non si sono quasi mai risolte e il Parlamento ha deciso, per ben cinque volte, di votare per il proprio scioglimento e tornare alle elezioni.

La successione tra sinistra e destra in Israele

Israele non ha sempre avuto questa instabilità. Quando è nato c’era un solo partito che riusciva ad avere la maggior parte dei consensi: era il partito di centrosinistra laburista, chiamato Mapai. Anche se non otteneva la maggioranza assoluta dei seggi, formava coalizioni con altri partiti e manteneva sempre il controllo sul Paese.

Fra i Primi Ministri più importanti del Mapai si possono trovare il fondatore David Ben Gurion, considerato un padre della patria, e la prima e unica donna ad aver ricoperto la carica: Golda Meir.

Golda Meir, primo ministro di Israele dal 1969 al 1974

La prima sconfitta dei laburisti è arrivata nelle elezioni del 1977, dopo quasi trent’anni di assoluto dominio. Nel frattempo, infatti, la destra si è progressivamente organizzata per poter rappresentare un’alternativa valida. Il partito Herut, fondato nel 1948, si è fuso negli anni con altri partiti liberali e di destra, dando vita nel 1973, al Likud, il partito dell’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Con la destra al potere quasi continuativamente dal 1977 a oggi – a parte le parentesi di governo di Shimon Peres, Yitzak Rabin e Ehud Barak – si sono avuti i governi più stabili della storia di Israele. Basti pensare che Netanyahu ha governato dal 1996 al 1999, dal 2009 al 2021 ed è tornato ora in carica: è quindi il Primo Ministro che ha governato per più tempo nella storia del Paese.

La crisi del sistema politico israeliano

Dal 2019 in poi, però, le coalizioni si sono fatte sempre più fragili, perché i partiti hanno iniziato ad avere idee sempre più radicali, rendendo di fatto più difficile trovare un punto di incontro verso il centro.

Questa situazione di stallo ha paralizzato il sistema e ha reso impossibile trovare anche solo l’accordo in Parlamento per votare le leggi di bilancio. Israele è andato quindi in esercizio provvisorio. Questo ha reso impossibile sbloccare nuovi fondi per le riforme.

Le elezioni del novembre 2022

Probabilmente stufi dello stallo politico, gli israeliani alle ultime elezioni hanno votato in massa e in maniera più compatta. Netanyahu e la sua coalizione, composta da partiti religiosi ultraortodossi (che interpretano l’ebraismo in maniera radicale), hanno così ottenuto 64 seggi sui 120 del Parlamento.

Fonte: Geopop.it

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