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Deserti coltivabili in Cina

Impastando la sabbia con un composto cellulosico umidificato, un team di ricerca cinese guidato da scienziati dell'Università Chongqing Jiaotong ha reso coltivabili alcune aree del deserto Ulan Buh, ma anche in Pakistan e Mongolia. In pochi anni hanno ottenuto raccolti di patate dolci, riso, mais, peperoni, meloni, angurie e altri vegetali. La tecnica può essere una risposta alla desertificazione e alle carestie provocate dai cambiamenti climatici.

Deserti coltivabili in Cina

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cambiamenti climatici rappresentano un’emergenza globale senza precedenti, che minacciano l’intera umanità attraverso molteplici effetti a causa delle temperature sempre più calde. Si spazia dall’innalzamento del livello dei mari – che rischia di far finire sott’acqua isole, metropoli e intere regioni costiere – a ondate di calore mortali, passando per perdita della biodiversità, diffusione di malattie tropicalicarestiemigrazioni di massasiccità estremadesertificazione e molto altro ancora. La perdita dei raccolti a causa della siccità e della desertificazione è considerata una conseguenza particolarmente drammatica del riscaldamento globale, che già oggi sta spingendo molte comunità a spostarsi dalle aree più inaridite dell’Africa. Basti pensare che secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ogni anno, vengono desertificati fino a 70mila chilometri quadrati di terreno; circa il 41,3 percento delle terre emerse è composta da zone aride, desertiche o minacciate dalla desertificazione. Ma l’avanzare della sabbia può essere ostacolata grazie a una tecnica peculiare messa a punto da scienziati cinesi, che sono riusciti a rendere i deserti coltivabili. Com’è possibile?

Le strategie sfruttate per anni per arginare la desertificazione sono state tutte relativamente poco efficaci, pur avendo svolto generalmente un ruolo positivo nel controllo dei deserti. Trattamenti chimici in grado di modificare la consistenza dello strato sabbioso superficiale; utilizzo di piante adatte a sopravvivere in ambienti aridi (per “bonificare” la sabbia) e costruzione di vere e proprie barriere per impedire l’avanzata del deserto non hanno infatti portato ai risultati desiderati. A sparigliare le carte in tavola ci ha pensato un team di ricerca cinese guidato da scienziati dell’Università Chongqing Jiaotong, che da diversi anni sta ottenendo raccolti da piante collocate in diverse aree del deserto di Ulan Buh (Wulanbuhe in cinese), che si estende per 14mila chilometri quadrati nella Cina settentrionale lungo lo Yellow River. I ricercatori, coordinati dal professor Zhijian Yi, docente presso il Dipartimento di Meccanica dell’ateneo di Chongqing, sono giunti alle loro conclusioni studiando a fondo la composizione della sabbia del deserto e coinvolgendo specialisti di molteplici discipline.

L’obiettivo era trovare un metodo efficace per rendere coltivabile la sabbia, analizzandone le proprietà ecologiche e meccaniche e sfruttarle per la trasformazione in terreno fertile. Dagli studi è stato determinato che impastando la sabbia con un composto cellulosico e umidificato (del tutto ecologico e sosenibile) è possibile trasformare la sabbia in un suolo terroso e fertile. Dopo averla utilizzata negli esperimenti (ne serve fino al 5 percento del volume di sabbia trattato) gli scienziati hanno potuto far crescere con successo piante di risomaispatate dolci e altro ancora, annaffiandole direttamente con l’acqua estratta dalle profondità del deserto. Nel giro di pochi anni hanno rinverdito le aree desertiche coinvolte e ottenuto diversi raccolti. Esperimenti simili sono stati riproposti con successo anche in alcune aree desertiche di Mongolia e Pakistan, nelle quali sono stati piantati con successo sorgopeperoniravanellipatateangurie e meloni. Uno degli aspetti più interessanti di questa soluzione è che il terreno trattato con il composto “fertilizzante” può essere lavorato con le comuni macchine agricole, rendendo il processo ancor più promettente.

Da diversi anni è al lavoro su una soluzione analoga anche il ricercatore norvegese Kristian Morten Olesen, che come indicato dalla BBC ha brevettato un processo – chiamato Liquid Nanoclay – per mescolare nanoparticelle di argilla con acqua e legarle a particelle di sabbia. I test condotti in Medio Oriente hanno dato frutti (in tutti i sensi), rendendo anche in questo caso i deserti coltivabili. L’impatto e l’efficacia di queste tecniche dovrà essere ulteriormente studiata, ma secondo molti esperti possono rappresentare un prezioso baluardo contro la desertificazione e le carestie, catalizzati dai cambiamenti climatici. I dettagli dello studio cinese “Desert “Soilization”: An Eco-Mechanical Solution to Desertification” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Engineering.

Fonte: Fanpage.it

 

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