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Eni Award 2016, i disegni della luce diventano energia

Eni Award 2016, i disegni della luce diventano energia

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Premiata la tesi di un giovane ricercatore italiano che ha immaginato celle solari di nuova generazione, più leggere, economiche, flessibili e sostenibili

Lo sviluppo industriale passa dalla sostenibilità. Lo sa bene Eni, che da anni guarda alle rinnovabili per stimolare la riconversione energetica del paese. La ricerca e gli investimenti nel campo le sono valsi l’inserimento nella Climate A List da parte del CDP, l’organizzazione internazionale no profit che classifica strategie e impatto ambientale delle imprese quotate

Nel recente Report 2016 il cane a sei zampe è stato l’unico tra le maggiori compagnie oil & gas a entrare nella prima fascia per le misure adottate in risposta al cambiamento climatico. Grazie a una particolare attenzione al fotovoltaico, come testimoniato anche da uno dei progetti premiati agli Eni Award 2016, i premi che la multinazionale assegna alle ricerche più promettenti in ambito energetico.

Nella categoria Premio Debutto alla Ricerca, il riconoscimento è andato a Federico Bella, per la tesi “Polimeri disegnati dalla luce per celle solari di nuova generazione”, incentrata sulle celle solari di terza generazione. “Questi dispositivi coniugano costi contenuti, compatibilità architettonica e sostenibilità”, spiega Federico, ma sono soggetti a processi di deterioramento accelerato causati da fenomeni atmosferici e d’inquinamento tipici delle aree urbane.

Per superarli, il giovane chimico si è affidato a particolari materie plastiche (i polimeri) in grado di contrastare l’invecchiamento precoce. “Uno degli aspetti più interessanti ha riguardato la protezione dai raggi ultravioletti: anziché mettere un semplice filtro, ho sviluppato molecole in grado di convertire la luce UV del sole in luce visibile non dannosa, ma che al contrario aumenta ulteriormente l’efficienza delle celle”.

La soluzione ha portato al forte incremento della stabilità a lungo termine, consentendo ai sistemi di mantenere efficienze del 7% anche quando interessati dai fattori di degrado. Dando prospettive nuove sia in termini di applicazioni produttive sia di benessere ambientale: “le materie plastiche in oggetto sono ottenute per fotopolimerizzazione, una tecnica che evita qualsiasi processo di riscaldamento/raffreddamento industriale, nonché l’uso di catalizzatori e solventi”.

La procedura consente di ottenere i componenti polimerici dei pannelli solari in meno di un minuto, semplicemente irraggiando con luce ultravioletta un preparato liquido. Oggi i polimeri stanno diventando sempre più presenti in diversi settori, e il loro utilizzo in nanotecnologie e dispositivi energetici contribuisce attivamente a renderli leggeri e meno costosi. L’elevata leggerezza e flessibilità dei pannelli realizzati da Federico sono state caratteristiche fondamentali per ottenere il riconoscimento.

Il premio gli è stato conferito al Quirinale, direttamente dalle mani di Sergio Mattarella. “È stato un grande onore che il Presidente della Repubblica si sia fermato singolarmente con ciascun vincitore per chiedergli l’area di ricerca e per discutere le prospettive accademiche future in Italia, manifestando la sua volontà di trattenere i giovani talenti all’interno dei confini nazionali”.

Le esperienze all’estero in Spagna, Svizzera e Malesia, sono state fondamentali per l’arricchimento del bagaglio formativo, “non solo per gli aspetti connessi alla ricerca, ma soprattutto per l’acquisizione della capacità di confrontarsi con realtà accademiche diverse dalla propria”. Ora Federico ha preso servizio come ricercatore al Politecnico di Torino.

Dopo il dottorato di ricerca ho esteso le mie attività allo sviluppo di materiali per batterie ricaricabili, con l’obiettivo principale di aumentarne la stabilità. Questo è un campo molto attuale (visti anche i recenti casi dismartphone e dispositivi elettronici vittime di batterie insicure), in cui c’è molto da fare dal punto di vista della chimica dei materiali”. Chissà che oltre ai pannelli del futuro, anche i telefoni del futuro siano un po’ più italiani.

wired.it

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