HomeLa Riflessione di Giancarlo Elia Valori

Il disordine internazionale dopo l’Afghanistan e le cause della vittoria talebana

Il fallimento degli Stati Uniti nell' esportare la democrazia in Afghanistan

Il disordine internazionale dopo l’Afghanistan e le cause della vittoria talebana

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Cosa mostra la sconfitta del sistema statunitense in Afghanistan? L’Afghanistan dilaniato dalla guerra può raggiungere la pace e l’indipendenza? Dov’è la via d’uscita per l’Afghanistan?

Questo disgraziato Paese è diventato un campo di battaglia per le grandi potenze e la politica egemonica ha portato a disordini, guerre e devastazioni in Afghanistan per 42 anni.

Afghanistan “crocevia del continente asiatico”

Guardiamo il mappamondo. L’Afghanistan si trova nell’entroterra del continente eurasiatico. È il punto di convergenza dell’Asia occidentale, dell’Asia centrale, dell’Asia meridionale e dell’Asia orientale. Confina pure con la Cina attraverso un lungo e stretto pezzo di terra. Dal punto di vista della teoria geopolitica, l’Afghanistan è conosciuto come il “crocevia del continente asiatico” perché custodisce i punti chiave tra l’entroterra dell’Asia e il Medio Oriente, oltre e essere l’altopiano che sovrasta il Medio Oriente e guarda all’Asia orientale, ed è sempre stato al centro degli appetiti delle grandi potenze.

Tutte le potenze sono convinte della validità della teoria geocentrica del geopolitico britannico Halford Mackinder (1861-1947), che riteneva che chiunque controllasse tali zone fosse in grado di dominare l’Asia e poi il continente eurasiatico: e l’Afghanistan è lì.

Storicamente, dal Regno Unito all’Unione Sovietica agli Stati Uniti d’America, i Paesi con ambizioni egemoniche sono venuti in questa terra e hanno portato guerre senza fine.

Dalla fine degli anni Settanta il gioco delle grandi potenze ed i conflitti interni allo Stato hanno provocato otto lustri di sangue.

Nell’ottobre 2001, gli Stati Uniti d’America hanno lanciato una guerra in Afghanistan rovesciando il regime talebano in nome della lotta contro al-Qaeda. Nei recenti vent’anni, Washington ha investito molte risorse in Afghanistan; ha sostenuto il governo afgano instaurato dalla Casa Bianca; ha addestrato un esercito locale del Paese e ha cercato di fare dell’Afghanistan – al di fuori di ogni logica storica, sociale e religiosa – un “modello di Paese democratico” secondo il loro stile wasp: in poche parole imporre un modello luterano ad un Paese islamico.

Le conseguenze in termini di vite umane della guerra

Negli ultimi vent’anni, quasi 2.500 soldati statunitensi sono stati uccisi sul campo di battaglia in Afghanistan e decine di migliaia di persone, compresi i fornitori di servizi militari, sono stati feriti. Il costo totale della guerra ha superato i due trilioni di dollari statunitensi. Sotto la bandiera dell’“antiterrorismo” la lunga guerra non solo ha fatto precipitare gli Stati Uniti d’America in un pantano di mancanza di credibilità internazionale e dubbi sui suoi sistemi di conduzione bellica, civile e democratica, ma – ancor più grave – ha apportato gravi disastri a un popolo lontanissimo da essi in tutti i sensi.

Secondo il progetto “War Cost Accounting” della Brown University negli Stati Uniti, dal 2001 a metà aprile 2020, in questa guerra sono stati uccisi almeno 47.245 civili afgani. Secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite, la guerra in Afghanistan ha costretto 2,7 milioni di afgani a fuggire all’estero e ha provocato lo sfollamento interno di quattro milioni di afgani, con una popolazione totale di 39 milioni di afgani.

Oltre a portare disastri umanitari, una maggiore povertà causata dalla guerra affligge la popolazione. I dati mostrano che dall’anno fiscale 2019-2020, il prodotto interno lordo dell’Afghanistan è di circa 18,89 miliardi di dollari statunitensi ed il Pil pro capite è di soli 586,6 dollari. Le finanze dell’ex governo afghano non riuscivano a far quadrare i conti da molti anni e il 60% del bilancio fiscale proveniva dagli aiuti internazionali.

Nel sangue della guerra continua, gli Stati Uniti d’America hanno cercato invano di porre rimedio e hanno perso il loro fardello dell’uomo bianco per fermare l’emorragia.

Il giorno in cui i talebani sono entrati a Kabul, alcuni politici statunitensi hanno parlato e criticato pubblicamente la decisione del governo di ritirare in fretta le truppe dall’Afghanistan e hanno affermato che gli Stati Uniti d’America devono essere responsabili dell’attuale situazione in Afghanistan. L’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani ha dichiarato in un’intervista alla Rai, il 10 settembre 2001, che gli Stati Uniti d’America avrebbero dovuto restare e governare direttamente il Paese. Aggiungiamo noi: alla stregua di una colonia.

Il 15 agosto, la deputata repubblicana, Liz Cheney, ha dichiarato in un’intervista all’ABC che la Casa Bianca ha una responsabilità ineludibile per la rapida conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani. La Cheney ha affermato che l’impatto della situazione attuale non si limita all’Afghanistan e al suo Paese, ma influenzerà anche le relazioni internazionali. La Cheney ha anche affermato che il ritiro degli Stati Uniti d’America non ha effettivamente posto fine alla guerra in Afghanistan, ma la continuerà in altri modi.

In effetti, l’attuale turbolenta situazione in Afghanistan è strettamente correlata al precipitoso ritiro di Washington dal Paese.

Il 14 aprile di quest’anno, il presidente Biden ha annunciato che avrebbe ritirato 2.500 soldati statunitensi in Afghanistan prima dell’11 settembre di quest’anno, XX anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle. La sera dello stesso giorno, il segretario generale della NATO Stoltenberg aveva pure annunciato che circa settemila soldati della coalizione della NATO sarebbero stati ritirati contemporaneamente.

Quando le truppe di Stati Uniti d’America e NATO hanno avviato ufficialmente il ritiro il 1° maggio, la situazione della sicurezza in Afghanistan è peggiorata di giorno in giorno. Secondo «The New York Times» dal 30 aprile al 6 maggio, 44 civili erano stati uccisi nell’attacco in Afghanistan in una sola settimana, il numero più alto di persone in una settimana dall’ottobre dello scorso anno.

Esportare la democrazia

Questo dimostra ancora una volta che la pratica degli Stati Uniti d’America di portare la “democrazia” in altri Paesi con l’uso delle armi, danneggia gli altri e se stessi e non può altro che portare disordine.

Gli Stati Uniti d’America hanno continuamente creato caos e col “fuoco amico” e “per errore” hanno uccisi civili in Afghanistan per cinque lustri. Un minimo di impressione positiva che v’era tra il popolo afghano è stata completamente annullata. È presente solo in qualche film di Hollywood a inizio anni Duemila, col classico bambino e vecchietto saggio, salvati dal buon soldato di Zio Sam.

Per qualsiasi Paese sovrano, tale comportamento non può essere che egemonico e spietato.

La guerra ventennale degli Stati Uniti d’America in Afghanistan non ha raggiunto gli obiettivi previsti: si è cercato solo di salvare la faccia attraverso un ritiro irresponsabile. Tipo: «Preferisco perdere 3-0 a tavolino, che essere sconfitto 7-0 sul campo».

La guerra è stata costosa, per impadronirsi vanamente della posizione strategica verso lo heartland mackinderiano che conserva le ultime materie prima del pianeta.

La tragedia in Afghanistan è solo un altro grande fallimento dell’esperimento d’imposizione occidentale della democrazia con la violenza. 

È difficile per un Paese di grandi tradizioni storiche essere trasformato e assimilato dall’Occidente; esso sviluppa anticorpi di resistenza e rigetto. Gli sforzi per “democratizzare” Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, ecc. hanno trasformato tali Paesi in cavie dell’utopia liberale statunitense. Ma queste cavie non sono morte, bensì sono riuscite in qualche modo a scappare da vivisezione e laboratorio.

I talebani hanno vinto a Kabul con un blitz di dieci giorni: la “democrazia statunitense” è stata la maoista “tigre di carta”, già cacciata da Cina, Repubblica Popolare Democratica di Corea, Vietnam, ecc.

Dopo che i talebani sono entrati nella capitale Kabul e hanno controllato quasi l’intero territorio dell’Afghanistan, molti media hanno espresso la loro sorpresa per la velocità dei combattenti afgani. Il 6 agosto i talebani avevano occupato Zaranj, la capitale della provincia di Nimroz nell’Afghanistan sudoccidentale, la prima città importante presa dai talebani da quando le truppe statunitensi e alleate hanno iniziato a ritirarsi. Il giorno dopo, il 7 agosto, i talebani hanno conquistato Sheberghān, la capitale della provincia di Jowzjan. Successivamente, nei suddetti giorni, hanno conquistato più di venti capoluoghi di provincia, tra cui Konduz, città strategica nel nord dell’Afghanistan, Herat, la terza città più grande, Kandahar, la seconda, e Mazar-i-Sharif, la quarta; e alla fine hanno occupato la capitale.

Una tale velocità di avanzamento fa percepire la precedente organizzazione militare e le basi statunitensi completamente inutili e fallimentari. Secondo i rapporti, il 15 agosto il presidente Biden ed alti funzionari statunitensi erano scioccati.

Non molto tempo prima, Biden aveva affermato che il governo afgano disponeva di 300mila soldati ben equipaggiati, mentre i talebani ne avevano solo 75mila. Ha detto Biden, ricordando il Vietnam: «In nessun caso, vedremo persone evacuate dal tetto dell’ambasciata statunitense in Afghanistan». 

Tuttavia, i detti di Biden sono state le “ultime parole famose”. Quando l’elicottero militare statunitense è atterrato sul tetto dell’ambasciata statunitense in Afghanistan per raccogliere i concittadini assediati, la gente ha pensato alla tragedia di Saigon. In effetti, l’Afghanistan è solo la tragedia più recente in stile Saigon, ma sicuramente non sarà l’ultima.

La rapida offensiva dei talebani riguarda la loro strategia. Essa è molto appropriata e sanno come usare le capacità di negoziazione in battaglia contemporaneamente per lottare contro l’avversario mentre lo si combatte. Una strategia storica fortissima ereditata dal legato delle guerre di liberazione contro i britannici nei secc. XIX-XX, che evitarono loro di fare la fine dell’India, o perlomeno della parte occidentale musulmana poi chiamata Pakistan. Come vedete tutto torna.

Il governo e l’esercito afgani sostenuti dagli Stati Uniti d’America erano formati da personale generalmente corrotto, incompetente e opportunistico. Si arrendevano man mano di fronte ai connazionali, preferendo i nemici di ieri, alle promesse di Washington di scappare poi nel paradiso in terra della democrazia.

Alti funzionari e ufficiali militari afgani a stelle-e-strisce hanno lasciato i loro posti senza autorizzazione e non pensavano affatto a mantenere un regime che alla sua cessazione sarebbe stato salvato solo nei massimi vertici, onde non essere trattati come Mohammad Najibullah, catturato dai talebani nel Palazzo ONU di Kabul e fucilato il 27 settembre 1996.

È la corruzione una delle cause della sconfitta degli Stati Uniti d’America. I cervelloni, le teste d’uovo, i think tank statunitensi di Harvard, Columbia, Stanford, Yale o dove vi pare, non hanno ancora compreso che quando ti rechi in un Paese distante in tutti i sensi dal tuo – Paese e popolo che tu occupante disprezzi al punto da volerlo cambiare “per il suo bene” – con te occupante verranno solo corrotti, delinquenti, ignoranti e opportunisti. Gli stessi già prima disprezzati in larga parte dai locali. È la velocità di avanzamento dei talebani che ha dimostrato la verità di quanto affermato sopra. 

Quel concetto politico-amministrativo, con cui si è voluto disegnare un Afghanistan-Eden a ombrello militare, era basato sul dei presupposti liberali e “democratici” incompatibili con la società afghana.

Non solo quel governo non poteva rappresentare l’opinione pubblica afgana, ma poiché tale esecutivo faceva affidamento su una grande quantità di aiuti internazionali, alimentava ulteriormente la corruzione e l’inefficienza.

Il “design” del sistema dell’ex governo afghano non poteva né attingere risorse umani sufficienti (ossia la credibilità da parte del suo popolo), né ottenere un controllo effettivo del Paese (gente che si arruolava solo per una divisa pulita e qualche dollaro per mantenere la propria povera famiglia).

Al contrario, dopo vent’anni di lotta armata, i talebani hanno operato molti rimpasti ai vertici e riorganizzazioni; hanno ridotto il loro radicalismo e hanno appreso alcune pratiche positive durante la guerra.

Oggi un Afghanistan che fermi le guerre e realizzi la pace è l’aspettativa comune della comunità internazionale e dei Paesi delle regione e del pianeta.

Rispettare l’indipendenza dell’Afghanistan, significa non interferire negli affari interni e non esportare la cosiddetta democrazia; solo in questo modo si può raggiungere la pace e lo sviluppo in questa terra dilaniata dalla guerra.

L’Afghanistan appartiene solo al popolo afghano. La “democrazia” imposta è sempre rovesciata perché non si adatta ai voleri dei popoli che si cercano di soggiogare. 

Un Afghanistan pacifico e stabile rimuoverà gli ostacoli alla sicurezza regionale, alla stabilità e alla cooperazione allo sviluppo e creerà condizioni favorevoli per cercare la cooperazione con altri Paesi e ottenere una situazione vantaggiosa per tutti.

 

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