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Francia declassata, l’Italia regge ma il resto del mondo surclassa l’Europa che rischia

Francia declassata, l’Italia regge ma il resto del mondo surclassa l’Europa che rischia

Partiamo dal 2023, l'economia italiana  ha mostrato segnali di rallentamento,  con una crescita del Pil reale dello 0,9%  rispetto al +4%  del 2022, 

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Partiamo dal 2023,
l’economia italiana  ha mostrato segnali di rallentamento,  con una crescita del Pil reale dello 0,9%  rispetto al +4%  del 2022,  secondo quanto dichiarato da Standard & Poor’s (S&P). Tuttavia, l’attuazione accelerata del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) potrebbe favorire una (modesta) crescita fino al 2026, deve far riflettere che questa previsione risulta la migliore del G7.  Il rating dell’Italia però, incluso il rating dell’emittente a lungo termine Baa3, riflette un equilibrio tra vari fattori e dimostra che i fondamentali del Paese sono solidi.  Risulta che la nostra economia sua ampia e diversificata, alti livelli di ricchezza delle famiglie, basso indebitamento del settore privato (fondamentale) ed una solida posizione esterna (i titoli di stato vendono bene). Tra gli aspetti negativi un debole potenziale di crescita, elevato debito pubblico.

Anche Moody’s ha mantenuto la sua valutazione sull’Italia, sottolineando l’importanza d’aumentare il potenziale di crescita economica e di gestire avanzi primari di bilancio per evitare un significativo aumento del debito pubblico, soprattutto in un contesto di tassi di interesse più elevati.

Nonostante la Commissione europea abbia approvato la versione rivista del Pnrr dell’Italia nel novembre 2023 per migliorare l’esecuzione e l’uso dei fondi, permangono delle difficoltà. In particolare, le limitazioni nella capacità amministrativa, soprattutto a livello locale, hanno rallentato l’esecuzione e l’assorbimento dei fondi, bisogna però anche sottolineare come il Pnrr non permetta assunzioni (che sul lungo impattano nell’economia reale) ed investimenti significativi (praticamente impossibile puntare sulle grandi opere).

Ma se l’Italia regge (ormai dal 2014) la Francia paga dazio, S&P ha declassato il rating da “AA” a “AA-” per la prima volta dal 2013, citando un deterioramento della posizione fiscale del paese, un punto dolente visto che molti stati calcolano l’impatto dell’evasione al ribasso, di fatto non ammettendo proprie deficienze. Il deficit di bilancio francese nel 2023 è stato significativamente più alto del previsto e non si prevede che scenda sotto il 3% del Pil entro il 2027, Parigi è destinata a non rispettare i patti europei, tanto decantati da Macron.

La Germania è invece ancora al riparo, gli 800 miliardi “scomparsi” a debito andranno a pesare nelle valutazioni di fine anno, a quel punto gli Usa potrebbero mettere una pietra tombale sull’economia tedesca, ritenuta troppo ingombrante in ambienti americani, soprattutto dopo aver scoperto l’asse sull’energia con la Russia e l’aver sdoganato la Via della Seta in Europa. Una politica economica che aveva fatto la fortuna della Merkel ma che ora presenta il conto. Il cambio di presidenza in Usa sarà decisivo.

Bruno Le Maire, ministro delle Finanze francese, ha dichiarato che la Francia procederà a reindustrializzare il Paese (facciamo in modo non a spese dell’Italia) e che prevede una piena occupazione entro il 2027. Una dichiarazione audace che certifica la difficoltà francese, in crisi anche per aver perso il proprio mercato in Africa. Parigi è fuori dal Sahel, gli effetti si percepiranno nel 2025.

Fa pensare inoltre che le nazioni del extra Ue siano tutte cresciute economicamente (per alcuni stati però la crescita è legata alle materie prime, quindi potrebbe una performance “ad onde”), di fatto “stracciando” le nazioni europee, vincolate da regole (come il patto di stabilità) che ne limitano l’espansione economica.

Le elezioni europee saranno fondamentali per l’Unione, sempre più stretta tra geopolitica (la guerra in Ucraina costa in termini economici moltissimo) e regole interne (che funzionano male, visto il modus tedesco d’omissione di debito pubblico) che impediscono agli stati politiche economiche veramente espansive e competitive. L’Europa in queste condizioni non può proseguire, la contrazione economica crea stagnazione e la popolazione se ne è accorta, del resto per molti paesi è evidente il peggioramento della propria condizione a partire dal 1999 circa. La vecchia CEE aveva portato il continente ad essere cooperativo dove ci fosse la possibilità, senza strappi e soprattutto evitando l’egemonia ricadesse su uno o due stati. Dal 2000 invece, la Ue ha intrapreso una via tedesca, prima mitigata da Francia ed Italia, poi dalla Gran Bretagna. Uscita Londra però Parigi non ha saputo contenere le mire della Merkel di fatto aprendo una crisi strutturale esplosa durante la pandemia.

 

(grafici elaborazioni OpenIndustria)

 

 

Marco Pugliese

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