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LIDDELL HART, COME VEDREBBE IL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

LIDDELL HART, COME VEDREBBE IL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

Per Gentile Concessione del Nuovo Giornale Nazionale.it “L'impotenza induce la disperazione, e la storia attesta che è la mancanza di speranza e no

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Per Gentile Concessione del Nuovo Giornale Nazionale.it

“L’impotenza induce la disperazione, e la storia attesta che è la mancanza di speranza e non la perdita di vite quello che decide la sorte della guerra.”

Liddell HART, autore dell’ aforisma di apertura di questo articolo, è uno dei personaggi più affascinanti della narrativa storiografica e della saggistica militare inglese del secolo scorso. Laureatosi alla Cambridge University, l’avvento della Prima Guerra Mondiale lo portò ad arruolarsi giovanissimo tra le fila dell’esercito britannico. HART rimase in servizio fino al 1927 con il grado di Capitano, quando, afflitto da una invalidità subita nel 1924, e forse attratto dal desiderio di dedicarsi pienamente alla carriera di giornalista e di scrittore, abbandonò l’uniforme.

Durante il servizio militare non rinunciò alla sua vena letteraria e produsse per l’esercito britannico numerosi testi di tattica e di strategia militare, palesando una capacità di intuizione che si rivelò visionaria e anticipatoria di quello che sarebbe accaduto nei decenni seguenti.

Definì “expanding torrent” il metodo d’attacco cui si sarebbe dovuto fare ricorso per rendere efficaci le tecniche d’infiltrazione tra le linee difensive del nemico, così come sostenne perentoriamente il ricorso al potere aereo e al combattimento meccanizzato quali irrinunciabili metodologie di successo, e perfezionò la teoria del cosiddetto “approccio indiretto” quale necessaria modalità d’azione per disperdere e dislocare le difese avversarie, riducendone in tal modo le capacità e i mezzi di difesa.
La mobilità e la sorpresa furono i due elementi che avveniristicamente connotarono le sue teorie, in tempi nei quali il carro armato faceva timidamente la sua elefantiaca comparsa sui campi di battaglia della Grande Guerra, ben lontano ancora dal perseguire la mobilità cui si sarebbe tragicamente assistito con la Blitzkrieg tedesca, di cui le teorie di HART furono la previsione.

Il dato significativo che fa ben apprezzare la capacità visionaria di Liddell HART è che le sue insistenti teorie sull’importanza vitale di disporre massivamente di carri armati e di aerei da combattimento furono fortemente osteggiate dall’establishment militare inglese dell’epoca. Ciò dimostra come talvolta accada che ciò che sembra in realtà non è, ovvero, al contrario, che è ciò che in realtà non appare.
A questo servono i visionari e – seppur nel nostro caso il paragone con un uomo di strategia e di tattica militare come HART possa sembrare azzardato – di filosofi. Ebbene sì, a mio avviso HART era un filosofo, cioè un osservatore della realtà oltre il visibile; perciò capace, in ragione della sua forza intellettuale, di portare in superficie non solo ciò che non era percepito dai più, ma persino ciò che era negato da presunte e falsamente profetiche evidenze. Questa è la forza della filosofia e dell’intelletto.

Celebre è l’opera quasi monumentale dello scrittore inglese sulla Seconda Guerra Mondiale che tutti noi, in un tempo da giovani Ufficiali, abbiamo letto e studiato, assimilandola come uno dei testi di riferimento a sostegno della nostra preparazione professionale. Nel dopoguerra, HART si manifestò dubbioso sull’efficacia della deterrenza nucleare e ribadì l’importanza, a sostegno delle sue originarie teorie, di disporre di poderose forze convenzionali. La deterrenza nucleare in qualche modo funzionò, pur non ovviando a una pletora di sanguinosi conflitti minori combattuti altrove, risultando un metodo vantaggioso sul piano politico per sostenere la dissuasione al confronto militare tra i due blocchi contrapposti e massicciamente schierati con le proprie forze convenzionali a cavaliere della cortina di ferro europea.

Ho voluto ricorrere alla figura di Liddell HART e al suo celebre aforisma per chiedermi come lui commenterebbe le vicende dell’attuale guerra russo-ucraina.

Oggi non è ancora chiaro quanto le moderne tecnologie e i nuovi armamenti – quali gli aeromobili non pilotati, i cosiddetti droni, e i missili ipersonici in grado di colpire a migliaia di chilometri di distanza, oppure l’accesso manipolatorio alla dimensione cognitiva, attraverso la condotta di sofisticate operazioni informative su larga scala, ovvero il dominio dello spazio e della dimensione cibernetica in chiave sia difensiva sia offensiva – siano risorse in grado di sostituire con la loro portata risolutrice i concetti visionari di Liddell HART sulla guerra aerea e meccanizzata di movimento e sorpresa. Sono certo, tuttavia, che lo storico e saggista inglese si sarebbe ben meravigliato dell’approccio con il quale l’esercito russo ha cercato di conquistare la capitale Kiev, incolonnandosi sull’arteria di collegamento con la Bielorussia come accade per un esodo di gitanti ferragostani, e stupito di un’operazione aeromobile condotta per detronizzare il governo ucraino quando l’elemento sorpresa era totalmente compromesso da una conoscenza dettagliata da parte delle forze ucraine di quanto era in procinto di accadere. Ancor più HART si stupirebbe adesso, quando il conflitto in corso ha raggiunto una condizione di stallo degna dei trinceramenti carsici di ungarettiana memoria, e quando si parla, ritengo più per manipolazione mediatica che per rispetto della verità, di una “massiccia controffensiva” ucraina.

Insomma, credo che HART ribadirebbe a viva voce i sui principi, ridicolizzando con la sua acuta filosofia tutti noi, improvvisati commentatori di una cosa troppo vera e troppo tragica, qual è la guerra, per essere affidata alle vanità di un’informazione talora approssimativa, spesso manipolatoria, a tratti intrisa di perbenismo.

Nel conflitto europeo in atto, si profila, tuttavia, quanto Liddell HART ha riassunto nelle poche parole del suo celebre aforisma, che qui, in chiusura, vorrei ripetere: “L’impotenza induce la disperazione, e la storia attesta che è la mancanza di speranza e non la perdita di vite quello che decide la sorte della guerra.”

a cura di Antonio Bettelli

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