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Pandemia: in Europa è stata meno impattante ma solo il 52% delle aziende si aspettava una crisi sanitaria

Chi ha affrontato i rischi derivati dalla crisi pandemica ha registrato impatti minori sul business rispetto a chi ha preferito evitarli. È quanto emerge dall'indagine Global Risk Landscape 2021 di BDO. Il Covid-19 ha portato a un aumento degli investimenti aziendali nella trasformazione digitale e a una maggior focalizzazione sugli aspetti ESG. In futuro il rischio maggiore è quello di un rallentamento dell’economia e di una ripresa più lenta del previsto

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Col senno di poi. Chi ha affrontato i rischi derivati dalla crisi pandemica ha registrato impatti minori sul business rispetto a chi ha preferito evitarli. È quanto emerge dall’indagine annuale Global Risk Landscape 2021 di BDO, organizzazione internazionale di revisione e di consulenza aziendale, svolta su un campione di 500 C-level in tutto il mondo per capire come abbiano gestito durante lo scorso anno la prolungata situazione di incertezza causata dal coronavirus, quali siano stati gli adattamenti effettuati sul loro modello di business per adeguarsi alle circostanze eccezionali e quali ostacoli abbiano dovuto superare per garantire continuità alle loro attività.

Lo studio ha messo in evidenza l’importanza per le aziende di aver affrontato proattivamente i rischi derivati dall’evolversi della situazione pandemica. Infatti, più della metà (il 53%) delle società che sono riuscite a gestire i fattori di incertezza ha dichiarato che l’impatto del coronavirus sul proprio business è risultato essere “meno significativo” o “molto meno significativo” rispetto alle previsioni iniziali.

Anche guardando al futuro, queste imprese si dimostrano ottimiste: il 51% di esse, infatti, si dice convinta di poter affrontare i rischi legati al Covid-19 nei prossimi sei mesi. Tra le aziende avverse al rischio, invece, questa percentuale scende fino al 16% e ben il 52% di esse ha evidenziato che l’influenza della pandemia è stata peggiore di quanto stimato. Per il 25% degli intervistati, la difficoltà nel riconoscere la situazione di crisi è stato il più grosso ostacolo che ha impedito di prendere decisioni veloci ed efficaci.

Analizzando i diversi settori di attività, quelli che sono riusciti ad adattarsi più rapidamente ai radicali cambiamenti causati dalla pandemia sono stati il manifatturiero, in grado di convertirsi alla produzione di dispositivi di protezione individuale e di strumenti di ventilazione, e i servizi professionali, che, nel 37% dei casi, hanno riportato un impatto sulle attività meno significativo di quanto preventivato. All’opposto, all’interno dei comparti maggiormente colpiti dalle misure di limitazioni degli spostamenti per limitare i contagi, come quello del tempo libero e hospitality, il 22% del campione ha sperimentato delle conseguenze sulle attività ancora peggiori delle aspettative.

Il Global Risk Landscape ha poi messo in evidenza che solo poco più della metà (il 53%) dei rispondenti nel 2020 contemplava una “crisi sanitaria globale” all’interno dei fattori di rischio e, di questi, il 58% ha affermato che questo è stato di aiuto nella gestione della pandemia. In ogni caso, ben il 90% dei rispondenti ha ammesso che quanto accaduto lo scorso anno ha portato a una rivalutazione complessiva dei fattori di rischio per l’azienda.

Tra le conseguenze dell’impatto del Covid-19 sulle organizzazioni, la principale è risultata essere un’accelerazione della trasformazione digitale, indicata dal 57% del campione, con il 36% che ha affermato di aver aumentato gli investimenti in questo settore. Tuttavia, ancora solo una quota minoritaria degli intervistati (l’11%) utilizza gli strumenti tecnologici per individuare futuri rischi potenziali.

La pandemia ha, inoltre, portato come risultato una maggior focalizzazione delle aziende sulle componenti ESG (Environmental, Social and Governance): il 24% dei rispondenti ha, infatti, migliorato le proprie performance di sostenibilità ambientale, per esempio riducendo la loro “carbon footprint”, mentre il 20% ha ridefinito l’impatto sulla comunità del proprio business, diventando maggiormente responsabile dal punto di vista sociale.

Infine, uno sguardo sui possibili futuri rischi individuati dagli intervistati vede al primo posto il rallentamento dell’economia e una ripresa più lenta del previsto, indicato dal 41% del campione; seguono un danno alla reputazione del brand e un aumento della concorrenza, entrambi indicati dal 35% del campione, e l’andamento macroeconomico, che raggiunge una quota del 30%.

Un focus sull’Europa. Secondo il 25% dei 200 manager C-level intervistati da BDO all’interno dell’area europea, l’impatto della pandemia si è rivelato minore o “molto minore” rispetto alle stime iniziali, ma per la metà degli intervistati la crisi ha riscontrato un’influenza maggiore delle aspettative sulle attività di business. Questo dato può essere spiegato con il fatto che solo il 52% delle imprese prevedeva la presenza di una pandemia o di una crisi sanitaria globale all’interno degli scenari di rischio.

Un altro elemento da tenere in considerazione è l’importanza della tecnologia per prevedere future fonti di rischio: tuttavia solo il 16% delle aziende in Europa utilizza questo tipo di strumenti. Per questo motivo, il 34% del campione ha aumentato gli investimenti in nuove tecnologie e nella trasformazione digitale, accompagnando questa strategia ad altri cambiamenti come l’adattamento del proprio modello di business al nuovo scenario (per il 30%) e il consolidamento della supply chain (per il 27%). I C-level europei intervistati risultano però poco propensi ad aumentare la capacità aziendale di data analysis (opzione indicata solo dal 14%), probabilmente a causa di investimenti già effettuati nel settore in periodo pre-pandemico.

Sul piano dell’organizzazione interna, la capacità di adeguarsi al nuovo scenario è stata ostacolata dal fatto di ignorare o non riconoscere il mutato contesto internazionale (per il 24% del campione) e dall’eccessivo focus sul contenimento dei costi (per il 20%). Anche in Europa, un’area che ha registrato un aumento dell’attenzione nel periodo di pandemia è quella degli aspetti ESG: per il 15% dei manager europei intervistati, infatti, occorre implementare misure più rigorose negli ambiti della sostenibilità, un dato superiore a quello registrato sul mercato Nord e Sud americano (10%) e nella zona APAC (8%).

E il 41% dei rispondenti europei ha ridotto l’impatto ambientale delle loro attività in seguito alla pandemia, mentre più della metà (il 54%) ha reso il proprio business maggiormente responsabile a livello sociale. Infine, tra i rischi maggiori che le organizzazioni dovranno affrontare nel prossimo futuro, i manager individuano il rallentamento economico o una ripresa più lenta del previsto (per il 40%), seguite dalle difficoltà a livello macroeconomico (31%) e dai fattori di instabilità geopolitica (27%).

Fonte: Milanofinanza.it

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