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Capitale naturale: non c’è ricchezza economica senza Natura

Un concetto mutuato dall'economia pura che stabilisce l'importanza di tutte le risorse della terra per il benessere dell'uomo. Il capitale umano è una nozione figlia dell'antropocene e rivela il "valore" della terra e dei "servizi ecosistemici" per la vita umana

Capitale naturale: non c’è ricchezza economica senza Natura

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È un concetto che deriva direttamente dal settore economico, ma parla di benessere, biodiversità ed ecosistemi. Il capitale naturale è sicuramente una nozione figlia dell’antropocene, ovvero dell’era contemporanea che è anche quella che più ha subito l’azione dell’uomo. Ed è un concetto figlio del nostro tempo perché solo una visione totalmente antropocentrica più portare persino la natura ad essere quantificata e “gestita” come valore economico. In ogni caso, l’importanza del capitale naturale è sotto gli occhi di tutti, tanto che governi e amministrazioni, negli ultimi anni, mettono a punto strategie per preservarlo e incrementarlo.

Che cos’è il capitale naturale

Ma andiamo con ordine e vediamo qual è esattamente la definizione di capitale naturale. In estrema sintesi, si può dire che rientrano nella sua definizione tutte le risorse naturali essenziali per lo sviluppo di un Paese, in termini economici e sociali. Nel primo Rapporto sullo stato del Capitale Naturale in Italia, redatto nel 2017, la definizione di questo concetto è:

“l’intero stock di asset naturali – organismi viventi, aria, acqua, suolo e risorse geologiche – che contribuiscono a fornire beni e servizi di valore, diretto o indiretto, per l’uomo e che sono necessari per la sopravvivenza dell’ambiente stesso da cui sono generati”.

Il concetto di servizi ecosistemici

Insomma, si tratta dell’intero ammontare di risorse naturali del pianeta, di un paese, un continente o una città e comprende tutto: dal suolo all’aria, passando per l’acqua, la fauna, la flora e tutti gli organismi. Per capire meglio questi concetti bisogna anche sottolineare l’importanza dei cosiddetti servizi ecosistemici e della loro valutazione economica.  I servizi ecosistemici (“ecosystem services”) sono tutta quella serie di servizi che i sistemi naturali generano a favore dell’uomo. Nel 2005 il Millennium Ecosystem Assessment ha classificato i servizi ecosistemici in quattro in gruppi funzionali:

  1. di fornitura, cioè prodotti ottenuti dagli ecosistemi quali cibo, acqua pura, fibre, combustibile, medicine;
  2. di regolazione, in quanto i benefici sono ottenuti dalla regolazione di processi ecosistemici ad esempio in relazione al clima, al regime delle acque, all’azione di agenti patogeni;
  3. culturali, intesi come l’insieme dei benefici non materiali ottenuti dagli ecosistemi come il senso spirituale, etico, ricreativo, estetico, le relazioni sociali (in pratica quelli analizzati anche dall’ecologia affettiva);
  4. di supporto, in cui rientrano i servizi necessari per la produzione di tutti gli altri servizi ecosistemici come la formazione del suolo, il ciclo dei nutrienti e la produzione primaria di biomassa.

L’importanza di avere una biodiversità integra

Insomma, tutto ruota attorno all’idea secondo cui la vita non umana produce beni e servizi essenziali per la vita umana, tanto da essere considerata essenziale per la sostenibilità dell’economia. Risulta quindi semplice comprendere come il capitale naturale sia un’estensione della nozione economica di capitale ma traghettata nell’ambiente: ovvero le risorse che consentono la produzione di più risorse a beni e servizi forniti dall’ambiente naturale.

Per fare un esempio, basta pensare che un fiume alimenta la crescita di fauna e flora, ma se viene eccessivamente sfruttato, il risultato è un calo determinante di queste “risorse”. Ma c’è di più, perché il capitale naturale offre anche alle persone servizi essenziali e, nel caso di un fiume, questi si rivelano in tutta la ricchezza collegata all’acqua e alla sua ulteriore redditività. Ma perché questa catena virtuosa di servizi a partire dalle risorse di capitale naturale continui, ogni ecosistema deve essere sano e la biodiversità mantenuta integra. I metodi, chiamati “controlli delle risorse di capitale naturale”, aiutano quindi le amministrazioni a capire come i cambiamenti nella performance attuale e futura delle attività del capitale naturale avranno un impatto sul benessere umano e sull’economia.

La storia del concetto di capitale naturale

Il termine “capitale naturale” venne usato per la prima volta nel 1973 da EF Schumacher nel suo libro Piccolo è bello per poi essere sviluppato da Herman Daly, Robert Costanza e altri fondatori della scienza dell’economia ecologica, nell’ambito di una critica globale alle carenze dell’economia convenzionale.

L’idea di fondo è che ciò che potrebbe essere considerato semplicemente “terra” come fornitura fissa di risorse, in fondo non ha una “capacità produttiva” fissa, poiché il capitale naturale può essere migliorato o degradato dalle azioni dell’uomo nel tempo; inoltre questo produce benefici e beni, come legname o cibo, che possono essere raccolti dall’uomo. Il concetto di “capitale naturale” è stato utilizzato anche dal progetto Biosfera 2 e dal modello economico del capitalismo naturale di Paul Hawken, Amory Lovins e Hunter Lovins. Di recente, ha iniziato a essere utilizzato da politici. Nel libro “Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale”, l’autore afferma che

la prossima rivoluzione industriale” dipende dallo sposarsi di quattro strategie centrali: la conservazione delle risorse attraverso processi produttivi più efficaci, il riutilizzo dei materiali come si trovano nei loro sistemi naturali, un cambiamento di valori dalla quantità alla qualità e investimenti nel capitale naturale o ripristino e sostegno delle risorse naturali.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite sul capitale naturale

Nel giugno 2012 alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile in Brasile è stata lanciata una “dichiarazione sul capitale naturale” (NCD). Questa è stata firmata da 40 amministratori delegati per “integrare le considerazioni sul capitale naturale in prestiti, azioni, reddito fisso e prodotti assicurativi, nonché in quadri contabili, informativi e di rendicontazione. In sintesi, i suoi quattro obiettivi chiave sono:

  1. Aumentare la comprensione della dipendenza aziendale dalle attività di capitale naturale;
  2. Supportare lo sviluppo di strumenti per integrare le considerazioni sul capitale naturale nel processo decisionale di tutti i prodotti e servizi finanziari;
  3. Contribuire a costruire un consenso globale sull’integrazione del capitale naturale nella contabilità e nel processo decisionale del settore privato;
  4. Incoraggiare un consenso sulla rendicontazione integrata per includere il capitale naturale come una delle componenti chiave del successo di un’organizzazione.
  5. Protocollo sul capitale naturale

Il protocollo sul capitale naturale della Natural Capital Coalition

Nel luglio 2016, la Natural Capital Coalition ha pubblicato il protocollo sul capitale naturale che fornisce alle organizzazioni un quadro standardizzato per identificare, misurare e valutare i loro impatti e dipendenze diretti e indiretti sul capitale naturale. Il protocollo, infatti, armonizza gli strumenti e le metodologie esistenti e fornisce le informazioni utili alle istituzioni per prendere decisioni strategiche e operative che includono impatti e dipendenze dal capitale della natura.

Il Sistema di contabilità economico-ambientale

Il Sistema di contabilità economico-ambientale (SEEA) è un sistema flessibile che contiene concetti, definizioni, classificazioni, regole contabili e tabelle standard concordati a livello internazionale per la produzione di statistiche comparabili a livello internazionale sull’ambiente e le sue relazioni con l’economia. La versione ufficiale finale del Framework centrale SEEA è stata pubblicata nel febbraio 2014. L’importanza di effettuare quantificazioni biofisiche e stime monetarie per misurare da un lato i costi ambientali associati allo sfruttamento della biodiversità, dall’altro i benefici ottenuti per il benessere umano è stata riconosciuta nell’ambito delle Nazioni Unite, attraverso la definizione degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 (SDGs) e dal Piano Strategico 2011-2020 della CBD con i suoi Aichi Targets.

Attribuire un valore al capitale naturale

Gli indicatori adottati dal Centro di monitoraggio della conservazione mondiale del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) per misurare la biodiversità naturale usano il termine in un modo leggermente più specifico. Secondo l’OCSE, con capitale naturale si intendono i

“beni naturali nel loro ruolo di fornire input di risorse naturali e servizi ambientali per la produzione economica” ed è “generalmente considerato comprendere tre categorie principali: stock di risorse naturali, terra ed ecosistemi”.

Oggi gli ecologi collaborano con gli economisti per misurare ed esprimere i valori della ricchezza degli ecosistemi come un modo per trovare soluzioni alla crisi della biodiversità. E c’è persino un tentativo di assegnare una “valore” in dollari ai servizi ecosistemici ad esempio alla foresta boreale canadese per i servizi ecosistemici globali. Se ecologicamente intatta, la foresta boreale, ad esempio, ha un valore stimato di 3,7 trilioni di dollari mentre il valore annuale per i servizi ecologici della foresta boreale è stimato intorno ai 93,2 miliardi di dollari, ovvero 2,5 in più del valore annuale di estrazione delle risorse.

L’Italia e il Capitale naturale

Anche il nostro Paese si è reso conto dell’importanza di questo concetto. Per assicurare la prosperità economica e il nostro benessere è fondamentale il buono stato del capitale naturale, compresi gli ecosistemi che forniscono beni e servizi essenziali, ovvero terreni fertili, mari produttivi, acque potabili, aria pura, impollinazione, prevenzione delle alluvioni, regolazione del clima. Considerato che la perdita di biodiversità può indebolire un ecosistema, compromettendo la fornitura di tali servizi eco sistemici e che il ripristino degli ecosistemi degradati è spesso costoso, i cambiamenti spesso possono diventare irreversibili.

Il Ministero della Transizione ecologica oggi promuove e realizza strumenti e iniziative sia per la valorizzazione del Capitale Naturale, in quanto base per favorire lo sviluppo di una green economy, sia per l’impostazione di una contabilità ambientale, favorendo l’integrazione della biodiversità negli strumenti di programmazione, nell’attuazione delle misure, nella pianificazione territoriale. Lo sviluppo di questo percorso richiede inoltre un importante sforzo volto alla mobilizzazione delle risorse e al coinvolgimento di tutti gli stakeholders legati al Capitale naturale del Paese.

In particolare il Mite è impegnato a promuovere, nel quadro di riferimento dettato dalla Strategia Nazionale per la Biodiversità, l’integrazione della conservazione della biodiversità e dei servizi ecosistemici nelle politiche economiche e di settore, a partire dalle opportunità offerte nell’ambito della programmazione economica comunitaria 2014-2020 e dal collegato ambientale (L. 221/2015).

Tra le altre attività promosse dal Ministero per la valorizzazione del capitale naturale, ci sono, in particolare:

  1. Il Rapporto sullo stato del Capitale Naturale in Italia (a partire dal 2017)
  2. la promozione del turismo sostenibile, in particolare negli ambiti territoriali delle aree protette
  3. la realizzazione dell’Atlante socio-economico delle aree protette italiane, inclusa la Rete Natura 2000, basato sulla analisi e monitoraggio dell’economia reale nei territori delle aree protette
  4. la mappatura e valutazione dello stato di conservazione degli ecosistemi a scala nazionale e a livello regionale, sviluppata nell’ambito del processo europeo Mapping and Assessment of Ecosystems and their Services (MAES), che rappresenta uno strumento utile a definire una prioritizzazione per il ripristino ambientale, anche attraverso la realizzazione di infrastrutture verdi
  5. lo studio preliminare “Parchi Nazionali: dal capitale naturale alla contabilità ambientale”, finalizzato all’impostazione di un sistema di “contabilità ambientale” nelle aree protette, a partire da una ricognizione del patrimonio naturalistico presente nei Parchi Nazionali.

Fonte: Wisesociety.it

 

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