Draghi però in questa occasione, forse anche per allontanare da lui quella caratteristica di avidità e individualismo tipica dei banchieri, ha esordito anche lui con un aggettivo utile a “riscaldare” i cuori delle persone. Giuseppe Conte al suo esordio aveva scelto l’appellativo di “avvocato del popolo”, una scelta che, partendo dalla sua personale esperienza professionale, lo indicava ora a disposizione del popolo che si accingeva a governare. Sentimento decisamente nobile che poi ha cercato veramente di attuare, nonostante la sua scarsa esperienza in campo politico, certo che, comunque, avrebbe avuto a sostenerlo in quel difficile impegno la compattezza di quelle persone che avevano creduto in quella “missione” politica di “Democrazia Diretta”: il Movimento di Beppe Grillo e GianRoberto Casaleggio, ideato con più sentimento che idee altissime, sparite nel “buco nero” dell’attuale politica italiana.

Nel suo discorso ai giornalisti e nelle risposte date alle loro domande, Draghi si è espresso nel modo che (credo) tutti si aspettavano, e cioè poco politico e molto “pragmatico”: “Non ho in mente una tavolozza colorata, ma i bisogni del paese”; “I Mercati guardano prima di tutto alla crescita”; “Abbiamo tassi di crescita che non si vedevano da anni, anzi, decenni!”. E molti altri riferimenti ancora, molto ben centrati in genere sul piano dell’economia e dei mercati, anche se, entrando nel merito, si è comportato sempre più da “banchiere” che da “nonno” (come appena pochi minuti prima aveva promesso!).

Verso la fine delle conferenza persino su una banale domanda sugli “spread” ha tergiversato, rispondendo da banchiere invece che da economista e capo del governo. Un bravo economista (lui lo è, ma è ancora vestito da “banchiere”) avrebbe potuto rispondere che avendo una moneta unica in Europa lo spread al suo interno non dovrebbe nemmeno esistere.

Ecco perché Draghi è al governo. Lui con le sue conoscenze economiche, e le esperienze da grande banchiere centrale, potrebbe fare molto per l’Italia, se vuole, ma restando nel posto in cui è, non puntando al Quirinale dove altri sono più esperti di lui. Potrà farlo tra sette anni, dopo che avrà aiutato davvero l’Italia ad uscire dall’acquitrino in cui si trova.

Fonte: Il Fatto Quotidiano.it