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IL SEGRETO EUROPEO, TRA AUTOCRAZIA DISPOTICA E CAPITALISMO GUERRIERO

IL SEGRETO EUROPEO, TRA AUTOCRAZIA DISPOTICA E CAPITALISMO GUERRIERO

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Per gentile concessione del Nuovogiornalenazionale.it

Non comprendo questa retorica così insistente sulla difesa europea. La difesa europea esiste. Essa aumenterà il suo potenziale difensivo nei mesi e negli anni a venire, diventando, a seguito del conflitto in corso nel cuore dell’Europa e grazie all’insana decisione di Putin di aggredire l’Ucraina, ancora più poderosa. L’incremento dei budget della difesa al 2% del PIL riguarderà altri paesi europei che si sono finora dimostrati recalcitranti a implementare l’impegno sottoscritto al NATO Summit del Galles nel 2014. L’allargamento della NATO a Finlandia e a Svezia porterà a 32 i membri dell’Alleanza, chiudendo di fatto in un semicerchio, ampio come gran parte dell’intero emisfero boreale, la porzione continentale europea della Russia. L’Alleanza transatlantica vede, inoltre, concretizzarsi una propria struttura strategica di comando e controllo. Questa struttura pone il SACEUR (Supreme Allied Commander in Europe) americano come effettivo Comandante in Capo delle unità militari della NATO nello spazio comune europeo e realizza la tanto desiderata unitarietà di intenti e di comando, garanzia di efficacia sul piano sia della deterrenza da ipotetiche aggressioni russe sia della difesa del nostro suolo patrio, dei nostri cieli e dei nostri mari. Lo schieramento militare della NATO si rafforza con nuove unità operative disposte alla frontiera con il nord-est, est e sud-est europeo, unitamente alla presenza massiva di truppe americane che oggi sono spostate un po’ più a est rispetto al posizionamento della Guerra Fredda, vale a dire molto più in Polonia, ma anche nei Baltici, in Ungheria e in Romania, che in Germania. L’Alleanza esce da questo confronto a distanza, mediato dal sacrificio ucraino, intensificata sul piano morale dalla corale recriminazione dell’aggressione russa e dall’unanime riconoscimento, dopo anni di vacuità geopolitica, del nemico comune. Verosimilmente, alla fine del conflitto, l’organizzazione militare russa sarà fortemente provata dagli effetti della criminale follia di Mosca ai danni dell’Ucraina, e nessuno è ancora in grado di dire se la leadership di Putin e dei suoi Generali sopravviverà a questa esperienza tragica.

Di certo, con le decisioni prese da molti partner europei, la quota di spese militari dell’Occidente s’innalzerà considerevolmente, generando lauti dividendi per le nazioni che si stringono intorno alla rosa dei venti euroatlantica. Tra queste, vi sono le nazioni detentrici delle royalty sui prodotti più diffusi nel mercato dei sistemi di comando e controllo, d’armamento, avionici, missilistici, informatici, cibernetici, oggi anche spaziali – spesso in regime di monopolio del mercato, ovvero condiviso con pochi altri stakeholder – che trarranno dalla crescita delle spese militari maggiori benefici. I mercati azionari saranno sempre più polarizzati dalla domanda d’investimento per la difesa, tale da assicurare uno dei più fruttuosi ritorni finanziari ed economici. Senza allargare queste stesse considerazioni ad altri settori dell’economia che dipendono dalla ridistribuzione degli equilibri geopolitici, quello energetico in primis, ma anche quello dei trasporti commerciali, specie marittimi (che molto serviranno al traposto del gas liquido), solo per fare due esempi.

Allora perché preoccuparci della Difesa Europea? Alla fine della guerra in Ucraina, noi occidentali saremo più difesi, più forti e più armati. Perché dunque esigere un esercito europeo, perché dichiarare con tanta enfasi un bisogno che in realtà non esiste?

La risposta va cercata, a mio avviso, nei principi fondanti della carta europea che richiamano, a gran voce, la dignità umana e dei popoli. Una dignità fatta di principi di libertà e di rispetto, ben diversa da quella definita dai segni più e meno della bilancia commerciale o dalla crescita dei mercati finanziari, quanto piuttosto dedicata alla qualità dell’uomo in quanto essere naturale unico, cittadino tanto europeo quanto del mondo.

La risposta è racchiusa nell’oggettività del primato europeo, poiché l’Europa è primato di storia e di cultura sociale. Perché l’Europa è patria millenaria del diritto, avanguardia di tecnologia e di ricerca, modello di benessere, ma anche integrazione esemplare di popoli che hanno tracciato, con la loro identità secolare, gran parte del cammino dell’umanità. L’esistenza di questo primato valoriale, maturato con il sacrificio immane delle guerre europee dell’ultimo secolo – che hanno funto da catalizzatore di un processo non più procrastinabile e fortemente acclamato dalla modernità – si sta dimostrando sempre più insofferente non solo alle violazioni russe dei diritti fondamentali dell’uomo, ma anche alla padronanza americana del nostro spazio comune. Spazio che non solo abbraccia mari freddi e caldi, da nord a sud, ma che raccoglie anche culture greche e bizantine, religioni luterane e cristiane, regionalità mediterranee e nordiche, affinità caucasiche e arabe, e innumerevoli altre sarebbero le sfumature che potrebbero essere citate per connotare il primato dell’Europa. S’intenda, non è un primato per il governo del mondo, ma una posizione di servizio per la benevolenza, a favore dell’intera umanità.

Questi principi sono, infatti, più suadenti di qualsiasi forma di esercizio del potere, sono più persuasivi di qualsiasi imposizione, diventano, se perseguiti con coerenza, corrosivi del male e generativi del bene.

Le capacità di difesa possono (devono) essere gli elementi di credibilità, il sigillo di garanzia, di un processo che sia di autentica benevolenza; esse possono esserlo, tuttavia, solo se si richiamano ai principi di equità e di giustizia sociale evocati dai padri fondatori dell’idea europea. Quando il necessario sviluppo della difesa europea, che deve essere baluardo armato da contrapporre agli eserciti marcianti del prepotente di turno, si riconduce invece a subdole forme di egemonia globale, all’affermazione di modelli capitalistici guerrieri, ai proclami di libertà dissimulanti interessi economici e finanziari, al desiderio dei potenti e dei loro accoliti di non retrocedere dalla posizione di supremazia sui mercati, sui commerci, sugli investimenti e quindi sugli uomini di ogni razza e credo, allora questa forma di difesa nega il principio europeo e diventa inconsapevole mezzo di un diverso male. Al di fuori dell’ambito valoriale scritto nella carta europea, le capacità di difesa del nostro continente potrebbero diventare lo strumento di nuove forme di protervia. Un male che non si può e non si deve certamente confondere con quello dell’autocrazia dispotica russa (che in questo momento va, direttamente o indirettamente, combattuta a sostegno del sacrificio e del valore del popolo ucraino), ma che alla fine potrebbe portare, se non sanato nel solco dell’unitario senso civico europeo, agli effetti nefasti della subdola persuasione.

Come e cosa fare? Temo che l’unica soluzione possibile non sia pronunciabile. Abbandonarsi all’espressione di un desiderio impossibile corrisponderebbe a un azzardo inaudibile. Preferisco non dichiarare la mia risposta personale a questa diversa forma di male. Sono consapevole che non farlo, astenendomi dal formulare l’unica soluzione che giudico percorribile, non mi sollevi dalla mia responsabilità di cittadino, salvandomi invece forse da quella del mio ruolo. Preferirei, tuttavia, attendere tempi migliori e lasciare che la percezione di questa dissimulata iniquità, tale da renderci servi (Kubrick, con enfasi metaforica, diceva prostitute), maturi nei cuori e nelle menti dei cittadini europei.

Consapevole di queste mie responsabilità, vorrei (re)citare Eugenio Montale e serbare il “segreto europeo” come monito per la nostra dignità.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi, case, colli per l’inganno consueto.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

A cura di l’ Alfabeta

Fonte: Nuovogiornalenazionale.it

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