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Il sultano Erdogan si allontana dall’occidente

Come spiegherà al G20 di Roma l’espulsione dei diplomatici occidentali? L’analisi dell’ambasciatore Marco Marsilli, consigliere scientifico della Fondazione Icsa, già rappresentante permanente presso il Consiglio d’Europa e direttore centrale alla Farnesina per le questioni globali e i processi G8/G20

Il sultano Erdogan si allontana dall’occidente

Vertice Nato a Bruxelles
After years of hyperactivism, the Turkish leader is completely isolated.
Dopo anni di iperattivismo il leader turco è completamente isolato.

Con una decisione senza precedenti, sia per il numero dei diplomatici stranieri coinvolti che per la motivazione alla sua base, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato ieri “persone non grate” dieci Ambasciatori residenti ad Ankara, primo passo verso un provvedimento di espulsione dal paese da eseguirsi in tempi verosimilmente ravvicinati.

Colpiti dalla scure del “nuovo Sultano“ sono risultati i Capi Missione di Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Finlandia, Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia e Nuova Zelanda, “rei” di avere firmato un appello a favore della liberazione del filantropo anti-regime Osman Kavala, da oltre 4 anni detenuto senza processo in un carcere di massima sicurezza in quanto considerato attivo sostenitore dell’Iman Fetullah Gulen. La sua liberazione era stata richiesta da una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo (rimasta ovviamente ineseguita), pronunciata nel 2019 e confermata nel marzo 2020.
Attualmente langue nelle prigioni del paese anatolico un numero imprecisato ma comunque molto elevato (si parla di decine di migliaia di persone) di detenuti politici, in rappresentanza di pressoché tutte le classi sociali e professioni, molti dei quali sospettati di essere stati coinvolti nel fallito “colpo di stato” dell’estate 2016.

Osman Kavala, vicino al magnate magiaro/americano Georges Soros, la cui organizzazione Open Society Foundations venne tre anni fa espulsa dal paese, è uno di essi. Già nel 2013 egli aveva avuto modo di opporsi a Erdogan, guidando la protesta popolare sul “caso Gezi”, un parco pubblico oggetto di speculazione immobiliare, oggetto di una sanguinosa repressione da parte delle forze di polizia.

Al tempo stesso, in quanto imprenditore di professione, mai implicato in questioni politico-partitiche e, per ammissione generale, privo di ambizioni in tal senso, il suo profilo non sembrerebbe del tutto “all’altezza” di misure così draconiane quali quelle appena adottate, di natura a creare inevitabilmente un ulteriore, profondo solco fra le Autorità anatoliche e l’“Occidente”.

Ma tale valutazione non tiene evidentemente conto di una interpretazione della realtà, quella dell’autocrate turco, sempre più unilaterale ed arbitraria, che lo spinge ad imporre la propria volontà (identificata, ovviamente, con l’ interesse nazionale) eliminando senza alcuno scrupolo qualsiasi ostacolo possa frapporsi alla sua realizzazione. Che a tale atteggiamento non siano estranee considerazioni di natura domestica (il nemico esterno serve, tradizionalmente, a distogliere l’attenzione dai problemi contingenti, in questo caso una situazione economica decisamente preoccupante) è altamente probabile.

Logica conseguenza di quanto precede è il fatto che, in questo particolare momento, lungo le principali direttrici della politica estera di Ankara non esistono, praticamente, settori al riparo da criticità, anche di rilevante portata.

Nei confronti degli Stati Uniti (ma un discorso analogo vale per la Nato), i rapporti appaiono pesantemente condizionati dall’esclusione della Turchia dal programma di cooperazione militare sui caccia F-35 a causa del precedente (e provocatorio) acquisto di Ankara del sistema di difesa missilistico S-400 dalla Russia. Anche il rifiuto di Washington di estradare l’Iman Gulen, considerato la “mente” del fallito colpo di Stato, contribuisce all’ attuale clima di grande freddezza.

Per quanto riguarda l’ Unione Europea, ai negoziati sull’adesione da anni in fase di stallo (la designazione della Turchia quale paese candidato risale ormai allo scorso…millennio, cioè al 1999), hanno posto nell’anno in corso uno stop forse irreversibile sia la pronuncia con cui il Parlamento europeo denuncia “il sempre più marcato allontanamento di Ankara dai valori e dagli standard dell’Unione Europea” che un più recente rapporto di Bruxelles che, fra altre obiezioni, esprime (con piena giustificazione) seri dubbi sull’indipendenza di quella magistratura. Il Presidente dell‘Europarlamento Sassoli è stato non a caso fra i primi a reagire alla sfida di Erdogan, parlando di “deriva autoritaria”.

Il Consiglio d’ Europa, da parte sua, confrontato con l’ ennesimo e sprezzante fin de non-recevoir proveniente da un paese che, per quanto da sempre riottoso ad attuare i propri obblighi, è comunque uno stato membro a pieno titolo, potrebbe dichiarare “esaurita la pazienza” e verificare la possibilità di dar corso alle procedure “disciplinari” previste nei propri statuti.

L’ospitalità concessa a quasi 4 milioni di rifugiati, la maggior parte dei quali siriani (resa possibile grazie in primo luogo al generoso finanziamento dell’Unione Europea), da un lato, e il sostegno militare a suo tempo accordato al Governo “riconosciuto” di Tripoli (in assenza del quale le truppe del Generale Haftar avrebbero finito per controllare l’ intero territorio libico), dall’altro, non possono controbilanciare, con il pretesto di introdurre qualche elemento di segno positivo, un quadro di relazioni fra Turchia e “Occidente” ora come ora fortemente compromesso e vicino ai minimi storici.

Fra pochi giorni, il 30 e 31 ottobre, Il Presidente Erdogan è atteso a Roma dal Vertice “ordinario” del G20, assieme agli altri Capi di Stato e di Governo parti dell’esercizio multilaterale. Si tratta dell’evento conclusivo di una Presidenza italiana sul positivo giudizio della quale ha avuto una parte rilevante l’attenzione dedicata al “dossier afghano” (vedasi mio articolo del 15 ottobre). Se, istituzionalmente, il “nuovo Sultano” non potrà in quella sede sottrarsi ad imbarazzate spiegazioni collettive circa la recente, drammatica svalutazione della lira turca, con almeno quattro di loro (Biden, Trudeau, Macron e la sig.ra Merkel) saranno tutte da verificare le conseguenze del nuovo “stress test” che l’autocrate di Ankara ha spavaldamente imposto ad un quadro di fondo già di per sé precario.

Da parte sua il Presidente Draghi, non mancando di dirigere con l’abituale competenza l’evento finale, e più importante, del G20 a guida italiana, troverà confermata l’ esattezza della definizione da lui applicata ad Erdogan all’indomani della umiliazione da questi inflitta alla Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, durante la visita ufficiale dello scorso aprile in Turchia.

“Un dittatore”, lo aveva allora qualificato il nostro Premier, attirandosi con questo un consistente numero di critiche per il linguaggio considerato poco diplomatico ed eccessivamente “outspoken”. A distanza di un semestre da quell’indegno episodio, i fatti gli stanno dando pienamente ragione.

Fonte: Formiche.net

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