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Giornali di carta: spariranno fra uno o 5 anni? Informazione sempre più digitale purchè non sia una giungla

Il destino dei giornali di carta è ormai segnato e in futuro l’informazione sarà tutta digitale ma il mondo del web deve respingere le fake news e trovare stili, contenuti, regole e business model all’altezza della sfida

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Fino dieci anni fa chi immaginava la fine dei giornali di carta veniva preso per profeta di sventure o, nel migliore dei casi, per visionario senza legami con la realtà. Ma il tempo ha fatto giustizia delle illusioni e la crisi dell’editoria tradizionale è stata più veloce di quanto si potesse pensare, così come altrettanto rapida è stata la diffusione dell’informazione online, anche se, come vedremo, non è un mondo fatto solo di rose e fiori.

Colpa dei costi? Giornali di carta a pagamento e web journal in parte o in tutto gratis? Non è questo il punto cruciale. Forse conta di più l’abitudine all’informazione veloce – fatta, con rare eccezioni, più di notizie o semplicemente di titoli più che di analisi, commenti e approfondimenti – che è ormai una caratteristica fondamentale delle nuove generazioni. La velocità e la quantità delle notizie sembrano valere più della loro affidabilità, della loro qualità e della loro interconnessione che possono aiutarci non solo a sapere che cosa sta succedendo ma a capire la realtà che ci circonda. Sono elementi che fanno riflettere e che richiedono risposte innovative ma che sconsigliano arroganze pedagogiche destinate a sicuro insuccesso.

Già il digitale: è il presente e sarà sempre più il futuro dell’informazione ma la sua non è una strada in discesa. Tutt’altro. I problemi per fare dell’informazione digitale un pilastro della democrazia come i giornali di carta lo sono stati per molto tempo sono tanti ma almeno tre sono ineludibili:

2) il business model e la sostenibilità economica;

Informazione digitale: la qualità non è solo scrivere in bella forma ma è attendibilità, intelligenza critica e creatività

Cominciamo col dire una cosa ovvia ma che proprio del tutto ovvia non è: scrivere sul web non è come scrivere sui giornali di carta. Così come leggere sul web non è come leggere le edizioni di carta. È diverso il campo da gioco e se uno non pensa di scrivere solo per se stesso ma punta a raggiungere il maggior numero possibile di lettori deve fare i conti con la tirannia del SEO (il codice che ottimizza l’attività dei motori di ricerca) che regola, attraverso sofisticati algoritmi, l’informazione digitale.

Sul web i titoli diventano di conseguenza meno eleganti e romantici di quelli dei giornali di carta ma più diretti e più essenziali se vogliono catturare l’attenzione di lettori tempestati da un’alluvione di notizie. Il campo da gioco è diverso e bisogna tenerne conto. Ma non è solo un problema di forma e di codici di scrittura. Se i Millennials e la generazione di questo secolo preferiscono i siti e i social ai giornali di carta ci sarà una ragione e bisogna capirla, cercando di conoscere e comprendere le tematiche che interessano i ragazzi e i giovani ma anche le loro modalità di fruizione dell’informazione, a partire dalla velocità e dall’essenzialità ma anche dall’originalità delle notizie.

Questo non vuol dire assecondare passivamente le tendenze e i gusti delle nuove generazioni di lettori ma intercettarle senza presunzione e, naturalmente, senza dimenticare i lettori più maturi che sul web ci vanno eccome. Bandire le fake news e introdurre sempre elementi critici che stimolino la riflessione sono le prime cose da fare ma non le sole. Alla fine la qualità paga e anche il lettore meno esperto prima o poi capisce se l’informazione è veritiera o no, se è indipendente (che non vuol dire asettica) oppure no, apprezza la competenza se si sviluppa in una forma espressiva chiara e comprensibile ai più e se riesce ad essere – nei temi come nei titoli – accattivante e creativa.

L’informazione digitale: chi la paga?

Anche il miglior sito del mondo non avrà vita lunga se non troverà un business model in grado di assicurargli la sostenibilità economica. Il digital free non può essere eterno e la qualità costa. Ecco perchè i giornali web si orientano sempre più verso l’informazione a pagamento (in tutto o in parte) che integri i proventi della pubblicità che è una mano santa se non diventa – come in molti casi accade – troppo invasiva e tale da infastidire il lettore. Qui però arriva un altro tema molto delicato, sollevato anche da Merida: l’informazione online, se fatta con rigore professionale, merita o no i finanziamenti pubblici? Se lo Stato finanzia agenzie e giornali di carta che da soli non starebbero mai in piedi e che vendono poche migliaia di copie, perchè i siti di informazione online devono essere discriminati? Senza false ipocrisie, è un problema sul tappeto se si vuole un’informazione indipendente e di qualità. E prima o poi andrà affrontato.

Informazione digitale: l’importanza di regolatori indipendenti

Ma il presente e il futuro dell’informazione digitale non possono non fare i conti con le regole del gioco e con la necessità di non affidarle al Far West o a giganti del web che monopolizzano l’informazione e la pubblicità. Partiamo da un problema semplice: perchè il destino di tanti siti nel mondo deve essere affidato alla misteriosa indicizzazione dei grandi motori di ricerca che stabiliscono arbitrariamente – sulla base di algoritmi che nessuno conosce – quali articoli valorizzare e quali no? Dopo anni di lassismo e di compiacenza verso i giganti di Internet, finalmente il Parlamento europeo ha di recente approvato il Digital Services Act che regola l’informazione digitale e che obbligherà i grandi motori a rendere trasparenti gli algoritmi con cui selezionano le notizie da far circolare. Quando avverrà sarà una rivoluzione.

Fonte: Firstonline.it

 

 

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