Brexit, boom del «made in Italy» nel Regno Unito

Theresa May e Jeremy Corbin hanno già staccato un primo assegno, che per l’Italia vale 352 milioni di euro. L’obiettivo non è certamente questo ma in attesa di capire dove mai si troverà il punto di sintesi per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea il primo effetto è un balzo in avanti delle nostre esportazioni, che a febbraio scattano in avanti di quasi il 20 per cento.

L’ipotesi di una hard-brexit, un’uscita disordinata resa inevitabile dall’incapacità della premier britannica di tenere insieme la propria maggioranza così come di portare a bordo l’opposizione laburista, ha infatti prodotto un effetto-panico sul mercato, spingendo numerose aziende a fare incetta di scorte. In attesa di capire se e come sarà possibile importare prodotti dall’Europa, le imprese hanno deciso di crearsi margini di manovra gonfiando i magazzini. Effetto peraltro visibile sul piano macroeconomico, perché proprio dall’aumento delle scorte è venuta la spinta al Pil britannico alla fine dello scorso anno così come in questi mesi, che vedono anche un balzo inatteso dell’indice dei direttori di acquisto, in controtendenza con quanto accade per l’intera Europa.

Così, per il made in Italy febbraio è un mese da incorniciare, con vendite arrivate a quota 2,1 miliardi di euro e una crescita a doppia cifra che abbraccia quasi tutti i settori produttivi. Eclatante il caso della farmaceutica, che rispondendo anche a una precisa richiesta del governo britannico ha aumentato in modo evidente il livello dei magazzini per poter garantire più settimane di consumo anche in assenza di nuove consegne. Richiesta assecondata da numerose aziende italiane, tra cui Chiesi, Zambon e Recordati (si veda il Sole 24 Ore del 5 febbraio).

A febbraio l’ipotesi di una hard Brexit alla scadenza fissata del 29 marzo era ancora tutt’altro che peregrina e come risultato le vendite di farmaci italiani verso il Regno Unito sono balzate del 51%, miglior risultato tra tutti i comparti evidenziati dall’Istat.

Altrove il tema di fondo non cambia, con gli alimentari a crescere del 22%, il tessile del 24%, la chimica del 25%, le automobili del 22 per cento. Come risultato, tra gennaio e febbraio le aziende italiane hanno incassato da Londra 4,1 miliardi di euro, il 13,8% in più rispetto all’anno precedente. Non male, tenendo conto di una crescita media globale del made in Italy nel mondo pari al 3,2 per cento.

Andando a logica, vista la disastrosa conduzione delle trattative a Londra, anche marzo non dovrebbe presentare dati molto dissimili. Poi si vedrà. In prospettiva non ci saranno certo vantaggi ma almeno per ora Brexit, per chi esporta, pare più che altro un buon affare.

 

 

ilsole24ore.com

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