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Rendimenti: Btp sotto zero fino al 2028. E a Tokyo asta deserta

La corsa al rendimento sicuro ha stravolto il mercato dei Bond sovrani nei Paesi occidentali e anche in Giappone non mancano clamorosi colpi di scena. Cosa fare? Consigli utili tra Usa, Cina e emergenti

Rendimenti: Btp sotto zero fino al 2028. E a Tokyo asta deserta

Martedì scorso i computer della Japan Bond Trading Company sono rimasti inoperosi. Mica per un guasto o per uno sciopero ma semplicemente perché non s

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Martedì scorso i computer della Japan Bond Trading Company sono rimasti inoperosi. Mica per un guasto o per uno sciopero ma semplicemente perché non sono arrivate richieste di acquisto o di vendita sui J bond a 10 anni. Nessuno ha bussato ai terminali della società che, per conto del Tesoro di Tokyo, gestisce le operazioni sul secondo debito pubblico del pianeta. E’ la conferma più clamorosa e sconcertante del clima che si respira sul fronte dei titoli del debito, precipitati verso il basso: nessuno compra, ma nessuno vende. Un po’ per paura, un po’ per non perdere l’eventuale rimbalzo dei titoli. E così, come è successo al decennale giapponese, i rendimenti scendono ancor di più sotto lo zero.

Il fenomeno è diffuso un po’ ovunque, anche se le punte estreme riguardano, oltre al Giappone, i titoli dell’Eurozona, almeno quelli del Nord: più di 16.500 miliardi di bond emessi dai Paesi avanzati oggi trattano sotto lo zero, in forte ascesa rispetto ai 12 mila miliardi di dollari di dicembre. Una brutta sorpresa per chi aveva scommesso che, complice l’aumento dell’inflazione e la fame di fondi da parte dei governi per finanziare la ripresa, la lancetta dei tassi sarebbe presto ripartita al rialzo. Al contrario, Richard Clarida, lo stratega della politica della Fed, vede un primo rialzo dei tassi solo nel 2023, mentre le banche centrali, compresa la Bank of England, esitano a ridurre gli acquisti sul mercato. Intanto la ripresa sembra perder colpi e Joe Biden fatica a far partire il tanto sospirato piano di infrastrutture.

Il risultato è che i gestori, di fronte a tanta incertezza, parcheggiano la liquidità abbonante, frutto delle misure anti Covid -19 nei porti sicuri dei sovereign bond, con effetti paradossali. Ormai  il bund decennale tedesco, punto di riferimento dell’Eurozona, tratta a -0,5032%, ai minimi da gennaio. Ma tutta la curva dei tassi di Berlino, compreso il trentennale, è in terreno negativo. Stesso copione per la Francia, negativa fino alle emissioni del 2033 o per la Spagna, con il decennale sottozero.

Perfino l’Italia e la Grecia, i due fanalini di coda dell’Eurozona, partecipano al fenomeno: per avere un pur minuscolo interesse bisogna rivolgersi alle emissioni a sette anni. Il decennale del Tesoro italiano, così popolare tra i gestori per il rendimento positivo, tratta stamane a 0,532%. Ma fino a quando Mario Draghi pagherà qualcosa contro il “piacere” di investire nel debito della Repubblica italiana, così snobbato dai mercati ai tempi della crisi greca? La risposta è semplice: senz’altro finché la Bce si accollerà, come già capita in Giappone, l’onere di sottoscrivere buona parte dei bond emessi dai governi, qualcosa come 87 miliardi acquistati solo a luglio.

Ma parte della risposta sta a Washington, dove il Tesoro ha finora respinto con veemenza la sola idea del tassi negativi. Ma fino a quando? Dopo le parole di Clarida i rendimenti dei T bond sono risaliti a 1,187% dal minimo di 1,12%, però lo spauracchio dei tassi zero resta vicino. Martedì scorso, il giorno nero dei sovereign bond, il dipartimento del Tesoro, pur di sostenere i prezzi, ha annunciato che a novembre emetterà qualcosa in meno dei 126 miliardi di dollari in asta, un avvertimento insolito, il primo da cinque anni. Insomma, in attesa del rialzo dei tassi Usa tra 16 mesi, per le banche centrali è sempre più difficile piazzare i bond ai prezzi attuali, in nome della “financial repression” destinata a funzionare solo se il motore del mercato azionario viene alimentato dalla benzina della crescita.

In questa cornice, il residuo Bot people è destinato a restar orfano del suo strumento prediletto. Si possono trovare alcuni palliativi (vedi le emissioni inflation linked) o sperare in un risveglio del mercato immobiliare (mica facile in un Paese dalla demografia verso lo zero). O suggerire all’esecutivo la creazione di strumenti a rischio controllato (a prezzo di rendimenti bassi) magari attraverso incentivi fiscali. Resta l’alternativa della Cina, l’unica che offre un tasso superiore al 3% o gli emergenti. Ma quelli “buoni”, come il Perù, possono permettersi di lanciare emissioni a 100 anni. L’Argentina? Lasciatela perdere.

Fonte: Firstonline

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