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L’Europa investe quasi un miliardo nelle armi del futuro

La Commissione stanzia 924 milioni per finanziare la ricerca su droni, difese cibernetiche, sensori avanzati e nuovi sistemi d'arma. Obiettivo: svincolarsi dalla dipendenza dei fornitori extra-Ue

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Una fiche da quasi un miliardo di euro, per finanziare l’innovazione tecnologica della difesa dell’Unione europea. Se un esercito comune ancora non esiste e nel 2025 sarà composto da una brigata di 5mila persone, la Commissione mette sul piatto per i prossimi sei anni, fino al 2027, un fondo europeo per la difesa (Edf) da 924 milioni per far avanzare gli armamenti dei 27 più la Norvegia, svincolarsi dalla fornitura di altri Paesi e dotarsi di armi tecnologicamente avanzate. Varato lo scorso anno e gestito dalla Direzione generale per l’industria e lo spazio, il veicolo di investimento serve a foraggiare progetti di ricerca, prototipi e alleanze industriali per esplorare le frontiere dei futuri sistemi d’arma: droni, difese cibernetiche, nuovi materiali, sensori avanzati e contraerea per proteggersi da missili ipersonici.

Il fondo destina 20 milioni al rafforzamento dell’interoperabilità dei sistemi del Cielo unico europeo, che fa comunicare tra loro le varie autorità dei 27, per farsi trovare preparati davanti a un “contesto di sicurezza più ostile”, aumentando lo spettro della sorveglianza dei cieli. Altri 30 milioni vanno a un nuovo sistema di comando e controllo, che “sia complementare o rimpiazzi quelli esistenti del Servizio europeo di azione esterna e i Sistemi di informazione e comunicazione”. Su questo fronte l’Unione ha fretta: entro il 2025 deve essere operativo. Infine 20 milioni vanno a supporto delle capacità di comando e controllo delle forze speciali, da utilizzare non solo in operazioni sotto traccia per prevenire l’escalation di conflitti, ma anche “nel mar Mediterraneo”, per combattere “il terrorismo, mitigare i flussi di migranti e intercettare il traffico illegale di persone e merci”.

Rivoluzionare i settori tradizionali

I 50 milioni di euro sono destinati a creare nuove tecnologie di difesa delle forze terrestri, dalla minaccia di artiglieria a lungo raggio ai rischi cibernetici. “L’automazione gioca un ruolo chiave nella trasformazione dei futuri campi di battaglia – scrive la Commissione -. Di sicuro potrà aprire la strada verso sistemi nemici di armi autonome letali e verso flotte di droni o robot terrestri, che beneficeranno del loro vantaggio numerico per ingaggiare gli avversari tradizionali. Possiamo aspettarci che nemici abilitino attacchi di robot, senza restrizioni dall’intervento umano nel flusso di ingaggio degli obiettivi”. Per questo l’Unione vuole dotarsi di sistemi per far dialogare tra loro sensori e centri di controllo dei 27, fin dal livello più basso.

Nel dominio marittimo, i primi 65 milioni vanno a imbarcazioni semi-autonome di taglia media. Altrettanti servono per sviluppare sistemi di difesa anti-aerea dalle nuove tecnologie di attacco. Altri 25 milioni vanno a studi per capire come far lavorare insieme sciami di droni sottomarini, individuando sistemi di regia da remoto ma anche di auto-gestione da parte del gruppo stesso e di collaborazione con altri sistemi d’arma. Infine 30 milioni sono destinati a sistemi di analisi delle minacce sottomarine e del loro riconoscimento per proteggere flotte e obiettivi costieri.

Sul fronte aereo, il fondo investe 30 milioni per sviluppare un velivolo di media grandezza a supporto della logistica militare. L’obiettivo è andare oltre l’A400M, il quadrimotore turboelica di Airbus che è decollato per la prima volta nel 2009. Nel complesso nel settore sopravvivono ancora mezzi progettati 40 anni fa, mentre la Commissione chiede di sviluppare un prototipo che risponda ai bisogni con un orizzonte 2030-2050.

Spazio e cyber

Ci sono poi gli altri due domini della guerra. Lo spazio è quello che riceve più fondi: 150 milioni, di cui 20 per organizzare un’indipendenza in ambito spaziale dell’Europa, dal lancio dei satelliti alla gestione del dato. Altri 40 sono dedicati alla realizzazione di una costellazione di mini-satelliti con funzioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento di minacce, con una risoluzione inferiore a mezzo metro. Infine 90 milioni servono a realizzare un sistema spaziale che identifichi minacce missilistiche, a cominciare dalle nuove armi ipersoniche. “Al momento l’Europa dipende da terze parti”, scrive la Commissione.

L’attacco scagliato dalla Russia contro la rete satellitare di Viasat, che ha provocato conseguenze in tutta Europa, è forse il caso più eclatante delle conseguenze della cyberwarfare. L’Unione ha messo la sua agenzia per la sicurezza informatica, Enisa, a tenere le fila degli sforzi delle difese dei 27, ma finora il coordinamento è ex post: ciascuno fa per conto sua ed Enisa prende atto. La nuova direttiva sulla cybersecurity, Nis2, già istituisce un’unità di crisi coordinata.

E per accelerare questa regia comune, il Fondo per la difesa europea mette 10 milioni sull’analisi delle minacce informatiche, anche con sistemi di analisi semantici per individuare indicatori di compromissioni o di attacco, e la condivisione di dati e scoperte. L’Unione si aspetta sistemi di intelligenza artificiale per individuare in maniera automatica l’insorgere di minacce e sfruttare l’apprendimento condiviso per rilevare le intrusioni. Ci sono poi 33 milioni per creare una libreria comune di software per affrontare attacchi cibernetici ma anche strategie più subdole, come fake news e manipolazione dell’opinione pubblica via social network. Infine 27 milioni sono dedicati alla protezione dell’internet delle cose (Iot). “Molte soluzioni Iot sono progettate innanzitutto per essere funzionali, senza essere propriamente sicure. Come risultato gli attacchi contro l’ambiente Iot hanno ottenuto un impulso dovuto alla maggiore superficie di attacco”, scrivono i tecnici di Bruxelles.

Se gli occhi dell’avversario sono sempre più invadenti, anche le tecniche per mimetizzare truppe e impianti devono evolvere. L’Unione investe 15 milioni su tecnologie di camouflage, che resistono ad attacchi fisici e si adattano anche ai nuovi contesti militari, come le città. Non solo le classiche reti o le uniformi per confondersi, ma anche strumenti cibernetici per imbrogliare in modo attivo i sensori altrui. Altri 15 milioni sono destinati allo sviluppo di artiglieria elettromagnetica, che lancia proiettili a velocità ipersonica a distanze impensabili per l’artiglieria convenzionale, coprendo un raggio medio-lungo. La sfida è dotare queste armi di sistemi di stoccaggio di energia che possano accumulare la carica necessaria al lancio e al tempo stesso le mantengano maneggevoli. Altri 10 milioni sono a disposizione per progetti di ricerca a tema libero nel campo delle tecnologie più dirompenti.

A moduli innovativi per sistemi a radiofrequenza, con cui migliorare la trasmissione delle informazioni vanno 20 milioni di fondo, che devono anche sostenere lo sviluppo di una filiera industriale europea e norvegese, svincolando il vecchio continente dall’importazione di componenti strategiche. Altri 20 milioni vanno a tessuti innovativi, capaci di rispondere a stress ambientali (per esempio, un clima più caldo) o essere dotati di sensori per interagire con l’ambiente esterno o con il corpo del soldato, per esempio monitorando costantemente i parametri vitali e lo stato psicologico.

Gli altri progetti

L’Unione cerca anche programmi di ricerca per droni, veicoli a guida autonoma e robot chirurgici, specie per prestare soccorso a militari colpiti da attacchi chimici, batteriologici o nucleari, allontanarli dalla linea di fuoco o condurre operazioni da remoto. Sul piatto ci sono 25 milioni di euro.

Per rendere più sostenibili le componenti dei mezzi subacquei il fondo eroga 20 milioni. Nello specifico la richiesta si concentra sulla sostituzione del piombo-zirconato di titanio, usato per sonar e altre tecnologie sottomarine, ma altamente inquinante. Ci sono poi 30 milioni per sistemi di simulazione delle future minacce, 54 milioni per le piccole e medie imprese e 25 per attività sparse.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha prefigurato già lo scorso anno una strategia europea per la creazione di un mercato europeo della difesa, in grado di contenere i sempre maggiori costi della tecnologia utilizzata per fini di sicurezza e, soprattutto, di ridurre la dipendenza da paesi terzi. A febbraio 2021, dietro richiesta del Consiglio europeo, una commissione guidata dal relatore italiano Maurizio Mensi ha redatto la strategia europea di ricerca e sviluppo in questo campo.

Lo scopo è quello di rendere sì l’Unione il più possibile indipendente, ma al tempo stesso interoperabile con i paesi della Nato. Dopo il continuo calo di investimenti nel settore della difesa, nel 2007 gli Stati membri hanno approvato un rafforzamento della base industriale e tecnologica. Come si legge nella comunicazione della Commissione all’Europarlamento, la spesa collettiva per l’innovazione nel settore della difesa però – ora all’1,2%, per un totale di 2,5 miliardi di euro – “continua a rimanere indietro rispetto all’obiettivo del 2%” stabilito dalla Nato.

Stando all’ultima comunicazione inviata dalla commissione a maggio, di importanza cruciale è il finanziamento di tecnologie che possano avere un duplice utilizzo (cosiddette dual use). Secondo il regolamento europeo 821 del 2021, i prodotti a duplice uso sono “i prodotti, incluso il software e le tecnologie, che possono avere un utilizzo sia civile che militare” e per i quali qualsiasi azienda europea intenzionata ad esportarli deve ottenere una specifica autorizzazione da parte delle autorità.

Da un lato l’Unione vuole sorvegliare di più che fine fanno i prodotti dual use. Al tempo stesso, però, la vicepresidente della Commissione, Margrethe Vestager, ha detto che “visto che sempre più tecnologie civili cominciano a prendere piede in contesto militare, la nuova ondata di tecnologie per la sicurezza e la difesa dovrebbe essere sviluppata sin dall’inizio nell’ambito di un quadro di cooperazione dell’Unione”. Il mercato europeo, al contrario, è molto frammentato a livello nazionale e poco competitivo. Proprio quest’anno un osservatorio critico sulle tecnologie dovrà, tra le altre cose, individuare la potenziale applicazione di tecnologie di difesa sia in campo civile che militare e viceversa e analizzare la relativa catena del valore e di approvvigionamento (è prevista entro metà anno un’analisi del mercato). Piccole e medie imprese e startup saranno al centro del piano, sulla scia di quanto sta facendo la stessa Nato con il suo programma Diana, che ha in cassa un miliardo e in agenda un programma per finanziare aziende innovative anche in Europa.

Fonte: Wired.it

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