L’industria dell’intrattenimento rischia il crack

Pubblicato il 12 Aprile, 2020 alle 14:50 da in Europa e economia

Le autostrade deserte di Los Angeles fanno pensare a un film catastrofico. Per molti pezzi grossi di Hollywood la situazione non è poi molto diversa. Con una persona su tre in tutto il mondo alle prese con le misure di distanziamento sociale, gli incassi al botteghino del 2020 sono precipitati. La tv si prepara ai tagli alle spese pubblicitarie degli inserzionisti, che devono risparmiare a tutti i costi. Le riprese delle produzioni rimandate al 2021 sono state interrotte, facendo presagire un sequel altrettanto cupo per l’anno prossimo.

Il covid-19 è arrivato in un momento già complicato per il settore dell’intrattenimento, che con un investimento colossale da 650 miliardi di dollari si stava già rifacendo il trucco per l’età dello streaming. I debiti contratti dai grandi gruppi come At&t, Comcast, Disney e ViacomCbs – che nel complesso sono esposti per più di 350 miliardi di dollari – appaiono meno sostenibili ora che i loro ricavi sono crollati. Perfino Netflix, la cui offerta completamente in streaming è meno vulnerabile alla quarantena, non è immune dalla crisi. La pandemia lascerà di certo le sue cicatrici, e potrebbe pure fare qualche vittima illustre.

Le uscite in sala, che alle case di produzione servono per recuperare i costi dei film più dispendiosi, sono state quasi del tutto cancellate.

Direttamente sul piccolo schermo
Onward. Oltre la magia prodotto dalla Pixar per la Disney, uscito nelle sale il 6 marzo, ha incassato un quinto dei 500 milioni di dollari attesi dai botteghini in tutto il mondo. Parecchie anteprime sono state spostate parzialmente o interamente online. La Universal, che appartiene alla Nbc, del gruppo Comcast, ha proposto direttamente in streaming (anche in Italia) Trolls world tour il 10 aprile, lo stesso giorno in cui il film debutta nei pochi cinema ancora aperti. Paramount Pictures (parte di ViacomCbs) ha venduto a Netflix la commedia The lovebirds, originariamente pensata per uscire in sala.

Inoltre le uscite dei film rimandate alla fine della pandemia potrebbero trovare meno sale aperte dove essere proiettate. La Amc, la più grande catena di sale del mondo, già in perdita negli ultimi due anni, vacilla da quando il pubblico preferisce il divano di casa a un’uscita serale. Cineworld, la seconda catena di cinema per grandezza, ha dichiarato che nel peggiore degli scenari possibili – “improbabile” –potrebbe chiudere i battenti.

L’impennata degli indici d’ascolto delle reti tv si affianca a una possibile carenza di contenuti

Anche il piccolo schermo ha i suoi problemi. La società di ricerca Nielsen ha mostrato che quando le persone sono costrette a stare in casa, come durante l’emergenza per l’uragano Harvey, il tempo trascorso davanti alla tv aumenta fino al 60 per cento. In alcune parti d’Italia le misure di distanziamento sociale hanno fatto impennare gli indici di ascolto televisivi, come registrato da Auditel. Eppure perfino questi dati non sono necessariamente d’aiuto per le reti tv, dato che cominciano a fare i conti con una carenza di contenuti. Itv, la più grande emittente commerciale britannica, ha interrotto le riprese della soap Coronation street e ora trasmette solo tre episodi alla settimana invece dei soliti sei. I network statunitensi, temendo uno sciopero degli autori, avevano pensato per tempo all’inventario, ma i programmi potrebbero bastare solo fino all’estate.

Braccio di ferro e boccate d’ossigeno
Anche se il pubblico dovesse accontentarsi delle repliche, le riserve finanziarie delle tv saranno sotto pressione. Dato che acquisti e ricavi sono in calo, gli inserzionisti cominciano a tirarsi indietro. E alcune grandi occasioni di fare pubblicità sono state rinviate (Olimpiadi) o cancellate (Wimbledon).

La sospensione dello sport dal vivo ha privato gli operatori di pay-tv come Disney, che possiede Espn, e Sky, un gigante europeo di Comcast, della loro ultima grande attrazione rimasta. Alcune aziende, come appunto Sky, hanno consentito ai clienti di sospendere gli abbonamenti ai canali sportivi o hanno offerto in sostituzione l’accesso ad altre programmazioni a pagamento. Espn sta trasmettendo repliche di partite storiche, oltre a contenuti insoliti come il dodgeball e i tornei di braccio di ferro. Nessuna delle due tattiche, probabilmente, riuscirà ad arrestare l’emorragia di abbonamenti alle pay-tv, che negli Stati Uniti sono passate dal 90 per cento delle famiglie del 2010 al 65 per cento di oggi.

Lo streaming sembra offrire una boccata d’ossigeno. Il valore delle azioni di Netflix, quest’anno in crescita del 15 per cento, è in netta controtendenza rispetto alla disfatta generale del settore. L’azienda dichiara di avere nuovi contenuti sufficienti ancora per alcuni mesi. Da quando sono cominciate le restrizioni per contrastare il coronavirus, gli abbonamenti sono aumentati sensibilmente per tutti i grandi operatori di streaming, stima Antenna, un’azienda di raccolta dati. Dal suo lancio europeo a marzo, la nuova piattaforma Disney + è stata scaricata più di cinque milioni di volte in pochi giorni. At&t e Comcast sperano in un successo simile per i loro rispettivi Hbo Max (video on demand a pagamento) e Peacock (streaming gratuito, sostenuto dalla pubblicità), che saranno lanciati entro la fine dell’anno.

La maggior parte delle aziende prevede effetti negativi sugli affari, senza però citare numeri precisi

Ma un aumento delle entrate dello streaming potrebbe non compensare le perdite di altre aziende. Netflix sta esaurendo i nuovi clienti da attirare nel mondo occidentale; quasi la metà delle famiglie statunitensi è già abbonata. Per mantenere il suo pubblico dovrebbe offrire nuovi contenuti, che al momento non può produrre. È improbabile che la quarantena porti nuovi spettatori nei paesi più poveri, dove lo streaming rimane un lusso, soprattutto ora che si teme una disoccupazione di massa.

Qualcuno vuole comprare la Disney?
Inoltre, la contrazione delle entrate arriva dopo una fase in cui le aziende del settore si sono fortemente indebitate nella loro corsa per la produzione o l’acquisto di contenuti spettacolari. Alla fine del 2019, At&t era in debito di circa 190 miliardi di dollari, e dovrebbe restituirne 17 tra quest’anno e l’anno prossimo. Comcast ha preso in prestito più di cento miliardi di dollari, Disney 47 e ViacomCbs 21 miliardi. Con un passivo arretrato di 16 miliardi di dollari, pari a quasi sei volte il margine operativo lordo, Netflix è ancora più indebitata. A marzo Disney ha raccolto sei miliardi di dollari con una nuova emissione di obbligazioni per “scopi aziendali generali”, compreso il pagamento dei debiti. ViacomCbs ha annunciato una nuova vendita del debito per 2,5 miliardi di dollari nel tentativo di consolidare il suo bilancio. At&t ha rimandato il riacquisto di azioni da quattro miliardi di dollari che aveva pianificato.

La maggior parte delle aziende ha annunciato che prevede effetti negativi sugli affari, senza citare numeri precisi. At&t e Comcast, che oltre ai contenuti possiedono i “cavi“ attraverso cui vengono consegnati, possono contare sui ricavi provenienti dagli utenti in quarantena, molti dei quali vorranno passare a una banda larga di qualità superiore.

Disney, che non possiede le infrastrutture di rete, è più esposta alla crisi: del botteghino, del canale sportivo Espn, dei suoi negozi e dei suoi parchi a tema. Si è già parlato di una possibile acquisizione. Bernie McTernan di Rosenblatt, una azienda di servizi finanziari, ha suggerito che Apple, che ha circa 200 miliardi di dollari in contanti, potrebbe comprare Disney, il cui valore di mercato è sceso a circa 180 miliardi di dollari. Rich Greenfield dell’azienda di ricerca LightShed Partners, sostiene che il gigante della tecnologia potrebbe essere tentato da alcuni beni di Disney, come Lucasfilm e Marvel, per integrare il catalogo della sua Apple TV +, finora poco brillante. Ma l’eventuale acquisto, aggiunge Greenfield, lo proietterebbe anche in settori per i quali ha scarso interesse, come i parchi a tema, i negozi di articoli da regalo e i canali televisivi. Il dramma che si svolgerà nel mercato dei mezzi di comunicazione il prossimo anno potrebbe essere più avvincente dei film che non vedremo sullo schermo.

(Traduzione di Nicola Vincenzoni)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

FONTE: https://www.internazionale.it/notizie/2020/04/11/industria-intrattenimento-bancarotta-coronavirus

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