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La geoingegneria

La geoingegneria

L’ultima spiaggia per un Pianeta che diventa più caldo, arido e meno vivibile non è la fuga verso Marte alla quale lavora Elon Musk, ma la geoingegner

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L’ultima spiaggia per un Pianeta che diventa più caldo, arido e meno vivibile non è la fuga verso Marte alla quale lavora Elon Musk, ma la geoingegneria: l’uso della tecnologia per eliminare parte dell’anidride carbonica che l’uomo non riesce a smettere di produrre seppellendola sottoterra o nei mari. O alterando il clima per limitare la penetrazione dei raggi solari nell’atmosfera. Oggi si lavora soprattutto allo storage delle emissioni delle centrali elettriche a carbone in cavità sotterranee, ma gli scienziati stanno studiando tecniche molto più audaci e invasive: si va dai tentativi di alterare la biologia marina per fare in modo che gli oceani catturino una quantità maggiore di CO2 (già oggi assorbono un quarto di quella terrestre), alla riduzione delle radiazioni solari spruzzando nella stratosfera particelle di solfati. Formerebbero uno scudo riflettente simile alle nubi generate dalle eruzioni vulcaniche che si spargono per migliaia di chilometri e fanno calare, per qualche tempo, le temperature. Siamo ancora alle teorie, certo, ma gli sforzi – e gli allarmi – in questo campo stanno crescendo: l’Accademia nazionale delle Scienze Usa, un organismo federale, ha presentato un rapporto nel quale illustra sei tecniche – dalla «fertilizzazione» dei mari col ferro per far sviluppare il plancton alla coltivazione di certi tipi di alghe – per incrementare la capacità degli oceani di assorbire CO2. Tecniche potenzialmente dannose per la biologia marina: per questo gli scienziati cercano di fissare, oltre a una roadmap per la ricerca, anche una cornice di limiti legali.

Ma, come nota anche la Brookings Institution, i Paesi colpiti da situazioni climatiche estreme saranno tentati di rischiare anche con tecnologie ancora non sperimentate. Quelle atmosferiche sono le più facili da usare ma sono le più pericolose, anche politicamente: i venti che trasportano le nubi chimiche non conoscono confini. Sta già avvenendo col cloud seeding (sparare nelle nuvole molecole che favoriscono le precipitazioni). Gli Emirati vorrebbero battere questa strada contro la siccità, ma i Paesi vicini temono un’alterazione del ciclo naturale delle piogge. Negli Usa, però, l’Idaho già usa da tempo queste tecniche. Il rischio è che la disperazione da disastri climatici spinga qualcuno a giocare alla roulette russa.

Fonte: Corriere.it