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Perché forzare il cambiamento è l’unico modo per fallire

Perché forzare il cambiamento è l’unico modo per fallire

C’è un’inquietudine che serpeggia, sottile e pervasiva, nelle vene della nostra epoca. Non è solo malessere, non è solo stanchezza: è la percezione, o

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C’è un’inquietudine che serpeggia, sottile e pervasiva, nelle vene della nostra epoca. Non è solo malessere, non è solo stanchezza: è la percezione, ormai collettiva e innegabile, che un cambiamento non sia più solo desiderabile, ma biologicamente, esistenzialmente necessario

Lo sentiamo scorrere nel sottofondo delle nostre giornate iperconnesse, nell’amaro retrogusto di successi che non saziano, nelle conversazioni che sfiorano il cruciale senza mai toccarlo.

È un richiamo muto, un prurito dell’anima che ci dice che i vecchi schemi – personali, professionali, sociali – non reggono più il peso del presente.

Eppure, proprio quando la spinta a fare qualcosa diventa quasi un imperativo fisico, ecco che ogni potenziale via d’uscita si offusca, ogni decisione si carica di un peso paralizzante, e l’orizzonte del futuro sembra sfocarsi in una nebbia di possibilità indistinte.

Agire sembra urgente, ma ogni gesto appare sproporzionato, goffo, potenzialmente dannoso. Perché?

La risposta, forse, non risiede nelle solite analisi sociologiche o nelle ricette di self-help, ma in una analogia profonda e sorprendente che ci giunge dalle frontiere più controintuitive della fisica: il regno quantistico.

Non si tratta di banalizzare la complessità della coscienza umana riducendola a fotoni ed elettroni, ma di cogliere in quelle leggi una metafora strutturale potente, un’istantanea del processo stesso attraverso cui il possibile diventa reale.

Per comprendere perché forzare la trasformazione sia spesso il modo più sicuro per sabotarla, dobbiamo familiarizzare con due concetti apparentemente distanti: la funzione d’onda e i qualia.

Immaginate la realtà prima che accada.

Non il nulla, ma un campo vibrante, ricchissimo, di pura potenzialità. In meccanica quantistica, questo campo è descritto dalla funzione d’onda.

Essa non rappresenta un oggetto in un luogo preciso, ma una nuvola di probabilità, un ventaglio di tutti gli stati futuri possibili di un sistema, tutti coesistenti in una sorta di sospensione ontologica.

Un elettrone, prima di essere misurato, non è qui o ; è, in un senso profondo, ovunque permesso dalle leggi che lo governano.

È un racconto di ciò che potrebbe essere, non di ciò che è.

È il regno del “forse”.

Poi avviene l’interazione.

Un osservatore, uno strumento, un evento irrompe in quel campo.

In quell’istante, la nuvola di probabilità collassa.

L’infinito ventaglio di “forse” si risolve in unico, definitivo “così è”.

L’elettrone appare in un punto preciso.

Il fotone colpisce un pixel del rivelatore e non un altro.

Il possibile si cristallizza in attuale.

È il momento della manifestazione, del passaggio dall’indeterminazione alla forma.

Ed è solo dopo questo passaggio cruciale che fa il suo ingresso l’esperienza, ciò che i filosofi della mente chiamano qualia.

I qualia sono le qualità sensibili, immediate e ineffabili del reale percepito: il rosso intenso di un tramonto, la consistenza ruvida della corteccia di un albero, la dolcezza malinconica di un accordo musicale, il senso di sollievo dopo una decisione presa.

Noi non esperiamo mai la funzione d’onda, la nuvola di possibilità.

Esperiamo sempre e solo il risultato del suo collasso, il dato sensoriale ed emotivo dell’evento già manifestatosi.

L’esperienza è la conseguenza della forma, non la sua causa.

È il frutto, non il seme.

Ecco allora l’analogia illuminante per la nostra crisi esistenziale contemporanea.

La pressione collettiva al cambiamento, quel “qualcosa deve accadere” che palpita nelle nostre vite, assomiglia a una funzione d’onda su scala psichica e sociale.

È un campo carico di potenziali futuri, di modi di essere, di organizzare il lavoro, di intendere le relazioni, di abitare il pianeta.

Tutti questi futuri coesistono, in una sovrapposizione di stati che è per sua natura instabile e feconda.

Il nostro errore, l’errore che genera ansia e fallimento, è voler trattare questo campo di possibilità come se fosse già una forma.

È l’equivalente psicologico di un fisico che, impaziente, tenti di forzare un risultato specifico in un esperimento quantistico prima che le condizioni siano mature: l’intervento stesso disturba il sistema, ne restringe brutalmente gli esiti, producendo non la soluzione desiderata, ma una versione distorta, instabile, insostenibile.

Quando, nella nostra vita, avvertiamo il bisogno di cambiamento e rispondiamo con l’urgenza frenetica, con la pianificazione ossessiva, con la volontà di forzare una direzione precisa subito, stiamo cercando di collassare prematuramente la nostra funzione d’onda interiore.

Stiamo cercando di saltare a piè pari la fase di gestazione della possibilità per aggrapparci a una forma qualsiasi, pur di non sopportare l’incertezza.

Il risultato è quasi sempre una realtà mal riuscita, un “qualcosa” che si è sì manifestato, ma che non possiamo pienamente abitare, perché nato dalla costrizione e non da un allineamento autentico.

È il lavoro che accettiamo per disperazione e che ci logora l’anima.

È la relazione che forziamo per paura della solitudine e che si rivela una gabbia.

È l’idea innovativa lanciata troppo presto, prima che il mercato (e noi stessi) fossimo pronti a riceverla, e che fallisce nel silenzio.

La vera trasformazione, quella sostanziale e duratura, obbedisce a una logica diversa.

Essa richiede il coraggio di sostare nel possibile.

Di tollerare l’indeterminazione non come un nemico, ma come il grembo stesso della novità.

Come il sistema quantistico si risolve in uno stato particolare solo quando interagisce con un ambiente esterno specifico e preparato, così il nostro personale o collettivo “campo del possibile” si risolverà in una nuova forma di vita solo quando le condizioni interiori ed esteriori saranno allineate, coerenti, pronte ad accoglierla.

Questo allineamento non è controllo; è una forma di sintonizzazione profonda, un ascolto attivo della propria natura e del contesto.

È il lavoro silenzioso di chiarificazione dei valori, di pulizia emotiva, di studio paziente, di costruzione lenta di competenze e relazioni autentiche.

È, in una parola, preparare il terreno.

L’esperienza gratificante, il “qualia” di una vita ben vissuta, di un successo sentito come proprio, di una relazione appagante, arriverà dopo, come il dolce frutto di quella manifestazione.

Non possiamo forzare il sapore della dolcezza; possiamo solo piantare l’albero giusto, coltivarlo con pazienza, e attendere che la stagione maturi il suo frutto.

Oggi, l’umanità nel suo insieme sembra trovarsi proprio in quella fase critica di sovrapposizione quantistica. Vecchi paradigmi vacillano, nuovi non si sono ancora materializzati.

Siamo sospesi nel “potrebbe essere”.

La tentazione di forzare un collasso, di imporre una risposta definitiva e – rassicurante, è forte.

Grida per un leader carismatico che prometta certezze, per una tecnologia salvifica, per un ritorno a confini netti e identità granitiche.

È la pulsione a chiudere la funzione d’onda a tutti i costi, anche al prezzo di una realtà più piccola, più povera, più violenta.

Ma c’è un’altra via.

È la via del vuoto attivo.

Non il vuoto come assenza, ma come spazio di ricezione.

Non la passività, ma la presenza vigile e non interferente.

Come l’artista che, prima di creare, si fa silenzio interiore per ascoltare l’intuizione che ancora non ha forma. Come lo scienziato che rimane in ascolto dei dati, senza forzarli in una teoria preconfezionata.

Questo vuoto è il rispetto sacro per la fase di sovrapposizione.

È l’accettazione che il nuovo non si inventa; si scopre, emergendo dal campo delle possibilità quando la relazione tra l’osservatore e il sistema raggiunge un punto critico di maturità.

Il fallimento, quindi, non è nell’assenza di azione, ma nell’azione prematura e non allineata.

È il collasso forzato della funzione d’onda che produce fantasmi di realtà, simulacri di cambiamento che si dissolvono al primo urto con il reale, lasciandoci più affamati e disillusi di prima.

La vera rivoluzione – personale e collettiva – inizia con un atto di profonda disciplina: sospendere la volontà di controllo per affidarsi all’intelligenza dell’emergenza.

Smettere di chiedere “Cosa devo fare?” per iniziare a chiedere “Di cosa sono capace di diventare? Quali condizioni devo creare perché il meglio possa manifestarsi?”.

Il cambiamento autentico non si estorce.

Si invita.

Si prepara.

E poi, solo quando il terreno è fertile, l’acqua abbondante e la stagione giusta, esso accade.

E noi, finalmente, ne faremo esperienza.

 

Non come architetti stanchi, ma come testimoni stupiti, pronti ad assaporare i qualia inattesi di un mondo nuovo, che era sempre stato lì, in attesa nel regno del possibile, finché non siamo stati pronti a vederlo.

 

Autore : Robert Von Sachsen Bellony

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