Brevetti, start-up e investimenti esteri. A Milano l’ex quartiere operaio di diventa globale

«Appena di là dalle fabbriche, dai camini e dai gasometri, i treni della Nord passavano e ripassavano indifferenti e veloci». Rileggendo il racconto di Giovanni Testori, a distanza di quasi 60 anni, in Bovisa la grande certezza è quella dei treni. Che continuano a transitare, scaricando però nel quartiere una popolazione decisamente diversa rispetto ad allora.

Non più pendolari, impegnati a raggiungere le aziende chimiche, meccaniche o le industrie del gas che qui popolavano l’area. Ora soprattutto giovani, a migliaia, in buona parte stranieri. Che affollano le aule del Politecnico, la sua scuola di Design, i laboratori e la galleria del vento, oppure l’incubatore d’imprese Polihub. Non è accaduto in un attimo, ma la transizione dall’industria pesante a quella “pensante” qui ormai è un fatto compiuto.

L’era delle fabbriche
Quella mattina, a metà degli anni ’70, le poche macchine presenti in strada erano ricoperte di strane macchie marroni. “Solo un rilascio innocuo di materiale”, ci dissero i vigili, anche se il pensiero di tutti allora andò alla fabbrica chimica non lontano da casa mia,poco oltre la ferrovia. Erano gli ultimi “fuochi” della Bovisa industriale.

Localizzato in un punto strategico alla periferie nord-ovest di Milano, lungo direttrici stradali e soprattutto ferroviarie, il quartiere è cresciuto nel tempo grazie all’industria. Prima chimica (Candiani), poi meccanica (Ceretti e Tanfani), infine energetica, con la produzione diretta di gas.

Gli scheletri arrugginiti dei vecchi gasometri che si stagliano all’orizzonte sono l’ultima testimonianza visiva di un quartiere operaio progressivamente svuotato con l’addio delle grandi fabbriche. Periferia desolata, alla fine degli anni ’80, immersa nella nebbia, lontana anni-luce dai fasti della Milano “da bere”.

La svolta è nella scelta del Politecnico di Milano, che all’inizio degli anni ’90 crea qui il secondo polo dell’ateneo. Non una presenza simbolica ma un intervento strategico, che progetto dopo progetto ha rianimato nel quartiere quasi 200mila metri quadri di spazi, portando ogni giorno sul territorio 20mila persone, tra studenti (2000 gli stranieri), docenti, dottorandi, neo-imprenditori.

«Qui in Bovisa – spiega il rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta – ci sono le attività dell’ateneo più vicine al mondo dell’impresa. È il risultato di una visione di lungo periodo, chiara e concreta, che si sta realizzando. E sono convinto che a poco a poco questa diventerà l’area frequentata dagli imprenditori di domani. Capacità di attrazione, del resto, che si sta già concretizzando ora».

La massa critica di know-how e infrastrutture accumulata è diventata in effetti appetibile anche su scala internazionale. Tanto da convincere la Tsinghua University, il Mit di Pechino, ad aprire proprio in Bovisa il proprio hub europeo per innovazione e ricerca. Un primo “chip” da 50 milioni per insediarsi in 23mila metri quadri avviando la piattaforma congiunta con il Politecnico per formazione, ricerca e start-up.

Qui è sbarcato infatti anche TusStar, il maggiore incubatore di imprese al mondo, che lavorerà fianco a fianco con Polihub, incubatore gestito dalla Fondazione Politecnico di Milano. Terzo al mondo, protagonista di una crescita esponenziale: i 47 progetti incubati nel 2014 ora sono quasi triplicati, arrivando a saturare gli spazi (sono già 450 gli addetti) e costringendo la struttura ad aggiungere un nuovo lotto, che tuttavia già a breve sarà riempito.

Spazi vivi, dove si incrociano spin-off del Politecnico e start up esterne: capaci di brevettare e andare sul mercato, tra interferometri low-cost (Nireos) e traversine per treni con materiale riciclato (Greenrail), sistemi di raccolta dati da satelliti (LeafSpace) e nuovi materiali di isolamento da rumore (Phononic Vibes).

«A cinque anni dall’avvio – spiega l’ad di Polihub Stefano Mainetti – il tasso di sopravvivenza di queste aziende è dell’82%, decisamente alto. Il modello del distretto hi-tech funziona: qui si costruiscono i posti di lavoro del futuro, qui si crea il rinnovamento della classe imprenditoriale».

Il futuro del quartiere
Il percorso di sviluppo nell’area non si ferma e vedrà a breve l’arrivo del competence center del Politecnico di Milano, centro di trasferimento tecnologico che parte già con una dote triennale di oltre 25 milioni, tra risorse pubbliche e private.

L’altra accelerazione riguarda l’urbanistica, grazie all’utilizzo degli spazi che in passato ospitavano i gasometri, oggetto di un accordo di programma del lontano ’97. A distanza di 21 anni, passati tra veti incrociati e conflitti di competenze, forse alla fine si parte. «L’area – spiega l’assessore all’Urbanistica del Comune di Milano Pierfrancesco Maran – è ora inserita nelle grandi funzioni urbane. L’indice di edificabilità si abbassa e cresce la quota di verde, consentendo al Politecnico di procedere con i propri investimenti: già nelle prossime settimane ripartiranno le bonifiche, poi si potrà procedere con i progetti».

Che riguarderanno altri 150mila metri quadri per aggiungere laboratori, edifici a emissioni zero, attività sportive e spazi verdi. «Diventerà una grande area per innovazione, creatività, design e tecnologia – aggiunge Resta – in un quadro che si va delineando, passo dopo passo, nella giusta direzione». Il progetto si pone l’obiettivo di rendere “viva” l’area anche di sera, aggiungendo attività collaterali e servizi legati alla presenza degli studenti.

E avrà tra le tappe intermedie anche il recupero dei gasometri per nuove iniziative. Per permettere agli studenti di sviluppare i propri progetti nelle gare internazionali e ospitare altre start-up, ormai troppo numerose per gli spazi attuali di Polihub.

Diverranno, con certezza, i luoghi simbolo dell’area, della sua transizione (riuscita) tra passato e futuro. Un cuore hi-tech fatto di software, stampa3D e nuovi materiali. Avvolto e custodito da quello scheletro di metallo che un tempo ospitava solo gas.

Fonte : ilsole24ore.com

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